Miles gloriosus, ovvero morire di uranio impoverito.

Già il titolo lascia presagire che assisteremo ad uno spettacolo originale, dagli esiti affatto scontati. Se poi il teatro che lo ospita è il Kopò, allora siamo quasi certi di vedere sul palco un buon lavoro. Miles Gloriosus, da un lato richiama alla mente il teatro di Plauto con tutta la sua goliardia, dall’altro intuiamo che stiamo per assistere alla rappresentazione di una tematica inquietante di cui ancora si sa molto poco. Le aspettative dello spettatore non saranno deluse.

Grazie alla geniale scelta del metateatro, la componente comica e quella impegnata si fondono perfettamente. Antonello Taurino e Orazio Attanasio sembra che rappresentino se stessi: Taurino, autore e regista nelle vesti del protagonista, è affiancato da un’esilarante spalla,  Orazio Attanasio, anche autore delle musiche.  In circa 90 minuti viene raccontata la gestazione di questa pièce teatrale che inscena la “misteriosa” morte di alcuni soldati morti con diverse tipologie di cancro al ritorno dalla missione di pace nei Balcani avvenuta negli anni ’90. Con l’escamotage delle prove di scena, viene fatta una precisa ricostruzione documentaria dei processi. L’intento sembra quello di riportare alla luce fatti oggettivamente descritti, da cui sono gli stessi spettatori a fare luce. Una vicenda su cui ancora non c’è chiarezza, responsabilità che sembrano ricadere sui vertici militari italiani che sapevano dei rischi dell’uranio impoverito a cui erano sottoposti i giovani soldati italiani, ma non hanno agito per tutelarli.

Se si considera che tale materia così scottante sia stata trattata aprendo finestre su autentici squarci comici, senza entrare in contrasto con la denuncia sociale che sottende il lavoro, siamo di fronte ad un perfetto esempio di teatro civile, un teatro che racconta, insegna e diverte. Inoltre sullo sfondo aleggiano altri spunti di riflessione, come la considerazione dell’arte in Italia, lo sfruttamento del lavoro degli attori, il tutto sempre condito dall’ingrediente dell’ironia. Ottima, dunque, la resa  drammaturgica di una così complessa tematica.

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Filomena Zarrelli, nome completo di Mena Zarrelli, è di origini campane. Ha studiato lettere moderne all’Università di Napoli, Federico II, e dopo essersi abilitata all’insegnamento per le scuole medie e superiori si è trasferita a Roma dove è docente di lettere da alcuni anni. Qui ha seguito corsi e stage nell’ambito giornalistico e per passione si dedica a pieno ritmo anche a questa seconda attività. Si interessa particolarmente di teatro, di arte e letteratura.
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Filomena Zarrelli, nome completo di Mena Zarrelli, è di origini campane. Ha studiato lettere moderne all’Università di Napoli, Federico II, e dopo essersi abilitata all’insegnamento per le scuole medie e superiori si è trasferita a Roma dove è docente di lettere da alcuni anni. Qui ha seguito corsi e stage nell’ambito giornalistico e per passione si dedica a pieno ritmo anche a questa seconda attività. Si interessa particolarmente di teatro, di arte e letteratura.

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