Sembrerebbe che sia stata Virginia Woolf ad affermare che “dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna” e, al di là della genesi del detto, questa frase non può essere più vera di così quando la donna in questione si chiama Mileva Maric.

Mileva, nata nel 1875 a pochi chilometri da Belgrado, grazie alla sua spiccata intelligenza e curiosità, compie studi ritenuti insoliti per una donna.

Sono infatti la fisica e la matematica a rubarle il cuore fin dalla giovane età e che la spingono a trasferirsi a Zurigo per studiare al Politecnico, unica Università nell’Europa dell’epoca ad ammettere donne ai propri corsi.

Ed è Zurigo il luogo dove il destino di Mileva incontra quello di Albert. Dato che gli opposti che si attraggono, metodica e precisa lei; scostante ma ricco di idee lui; ecco che scocca tra di loro la passione e l’amore. È il 1903 quando si sposano.

Fin qui sembra un pitch motivazionale da TED alla categoria Collaborazione tra menti brillanti che uniscono i loro destini.

Ksenija Martinovic, nel suo spettacolo Mileva, ci racconta una favola diversa. L’antifavola su uomo conosciuto, oltre che per le sue scoperte in campo scientifico, per il suo impegno per i diritti civili, per il pacifismo e per il suo animo ribelle che lo fa risultare simpatico e allora “Tutti a comprare la T-shirt con la linguaccia!“.

Mileva Maric, dalla scienza al decalogo

La Martinovic ripercorre, in circa un’ora e mezzo, i punti salienti della vita della Maric e del suo impegno in ambito scientifico. Un impegno che fu molto più che di semplice supporto agli studi del marito Albert .

Dall’interesse per le discipline scientifiche della giovane Mileva, fino al trasferimento a Zurigo, passando per la relazione clandestina e in parte osteggiata con Albert Eistein. Fino al parto di una figlia nascosta (forse data in adozione o forse uccisa dalla scarlattina); emerge il dolore di una vita travagliata sotto il peso del pregiudizio.

Non poter essere qualcosa a causa di convenzioni sociali: “non puoi essere scienziata, sei donna“; “non puoi sposare Albert, non sei ebrea“; “non puoi firmare uno studio, sei una casalinga“.

L’apice è la lettura del decalogo inviato da Eistein alla futura moglie, poco prima delle nozze. Una trascrizione nero su bianco di ciò che una moglie deve fare.

Non manca nulla: dalla cura dei figli a quella della casa senza trascurare il marito.

Del resto, se nel 2020, un Nobel per la Scienza dato a due donne viene titolato “le Thelma e Louise del DNA”, sembra che la minestra non sia cambiata molto.

Mileva, una produzione del CSS di Udine

Ksenija Martinovic sceglie di portare in scena una storia che toglie dall’ombra Mileva Maric, sia come donna che come scienziata. E lo fa mettendo insieme diversi linguaggi e attingendo dai nuovi comportamenti sociali.

Sceglie di far iniziare tutto come se fosse una skyppata, cita come fonti wikipedia e questo non lascia certo indifferenti rispetto al livello di penetrazione raggiunto da quelli che fino a poco tempo fa erano strumenti del male e tabù assoluto in teatro.

Durante lo spettacolo vengono alternati momenti monologanti a situazioni da teatro danza. Efficaci e a tratti claustrofobici i momenti in cui il corpo della donna è metaforicamente un fantoccio di cui si può disporre.

In diverse occasioni lo spettatore viene assalito dalla voglia di fermare il martirio (come un matra mi sono ripetuta “tranquilla, è teatro!“).

È Mattia Cason ad accompagnare e guidare (e martirizzare) la protagonista, a passi di danza. Ruolo essenziale nella narrazione a pathos crescente.

La drammaturgia è di Federico Bellini, a lungo collaboratore di Latella e assistente alla direzione artistica della Biennale di Venezia sezione Teatro.

Volendo cercare qualcosa da mettere in discussione, forse alcuni passaggi risultano prolissi diventando veri e propri loop, rischiando di disperdere l’attenzione dello spettatore.

Mileva, andato in scena ieri 15 ottobre al Teatro Miela di Trieste, ha lasciato agli spettatori diversi spunti.

Ogni spettatore c’ha visto qualcosa di insopportabile, di emozionante, di dolce, di bello e di brutto. Ma tutti assolutamente convinti che, visto che la forza di gravità è l’effetto di una massa che curva lo spazio-tempo, un uomo può essere contemporaneamente un genio ma anche un mascalzone.

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