Pino Roveredo ha debuttato in anteprima nazionale il 24 ottobre sul palco del Teatro Miela Bonawentura di Trieste con Mio padre votava Berlinguer per la regia di Massimo Navone.

Lo spettacolo, in scena fino a sabato 28 ottobre, è l’adattamento teatrale del romanzo omonimo Mio padre votava Berlinguer scritto dallo stesso Pino Roveredo e pubblicato nel 2012 a trent’anni dalla morte del padre.

Il testo è riproposto nella messinscena come un dialogo a tre voci. Pino Roveredo interpreta se stesso, con una sincerità struggente, in una confessione al padre incarnato da un intenso Alessandro Mizzi.

Incarnato perché il ricordo del padre, la sua proiezione nella mente del figlio o – se si vuole – il suo fantasma, si fa corpo nell’attore permettendo un incontro.

Tale incontro è accompagnato, guidato e sostenuto dalla terza voce: la musica mai scontata e puntuale dell’organetto di Tania Arcieri.

Mio padre votava Berlinguer. © Linamaria Palumbo
Mio padre votava Berlinguer. © Linamaria Palumbo

Mio padre votava Berlinguer ci porta a Trieste nel 1981, un anno tragico per lo scrittore che perde nel giro di un mese, a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro, la madre e il padre.

Se per la madre Evelina, Pino non era riuscito ad elaborare completamente il lutto, alla notizia della morte improvvisa del padre Sisto non riesce a smettere di piangere per un giorno intero.

Ed è proprio quello il momento in cui sente il bisogno di affidarsi alla scrittura, a quelle dieci pagine bianche che si trova davanti all’ultima lacrima versata.

L’urgenza

Ha urgenza di scrivere al padre una confessione di ciò che è stato e che sarà della propria vita, ripercorrendo “capriole in salita” e in discesa. Pino Roveredo esprime il proprio dolore e si esprime tramite la scrittura.

Lui che, dovendo parlare con i genitori sordomuti attraverso la lingua dei segni, ha compreso la potenza del silenzio e in silenzio parla con il solo suono della penna sulla carta.

La scrivania

Lo troviamo così Pino Roveredo, a una scrivania intento a scrivere circondato da grandi fogli muti. Fogli muti che prendono vita grazie a proiezioni di immagini senza suoni.

Fogli muti tra cui il padre si aggira e si cerca. Anche il pubblico gioca a rincorrere i personaggi avido di collezionare più dettagli possibili di una storia comune raccontata con tratti epici.

La semplicità del padre sordomuto, umile calzolaio e brav’uomo anche se con la debolezza dell’alcool, diviene tramite le parole del figlio un’entità che ha in sé i tratti di quell’Italia che cercava di tirare avanti con il buon senso e il buon cuore nella miseria che la guerra le aveva lasciato.

“Mio padre votava Berlinguer perché era una brava persona.”

Questo dice Pino Roveredo del padre, che in confronto ai politici italiani dell’epoca e odierni parlava con parole dirette che non perdevano di significato una volta pronunciate.

Attaccato al televisore Sisto annuiva convinto dalla sola mimica, dagli occhi, del leader del Pci che parlava per tutti, senza retorica, e dava speranza ai lavoratori, agli operai, alla gente comune come lui.

Dove è andato a finire lo sforzo delle persone della propria generazione, chiede ripetutamente al figlio che risponde con l’amaro in bocca snocciolando nomi di politici privi di consistenza che non hanno saputo e non sanno condurre l’Italia verso il futuro.

Il teatro canzone

Questo botta e risposta tra padre e figlio ricorda l’atmosfera di Mio padre è morto a diciotto anni partigiano scritto da Roberto Lerici e interpretato da Gigi Proietti.

Oltre a questo si rintracciano nello spettacolo diversi tributi espliciti ed impliciti, come il testo della canzone Qualcuno era comunista di Giorgio Gaber e un Pater Noster dissacrato alla Jacques Prévert.

Credo nell’impatto emotivo che Mio padre votava Berlinger può esercitare sul pubblico e soprattutto sulle persone.

Pino Roveredo cattura in pieno l’attenzione degli spettatori anche se non si concede a loro, o meglio non si concede come farebbe un attore.

Il suo racconto così sincero, impreziosito da emozioni reali che non abbandonano mai il viso dello scrittore, regala un valore aggiunto allo spettacolo.

Il pregio

Il pregio dell’adattamento teatrale di Mio padre votava Berlinguer è quello di rendere possibile l’incontro impossibile tra padre e figlio. Una possibilità che infonde calore e dolcezza e lascia sulle labbra del pubblico un sorriso commosso che non scompare neanche dopo gli applausi.

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Appassionata di tutto e del suo opposto. Ama il teatro e il cinema, cucinare e mangiare, viaggiare e stare a casa a leggere. E ancora: architettura e arte, antichità e contemporaneità, con il cuore a oriente, la mente ad occidente e l’antropologia per cucire insieme tutte queste storie d’amore.
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