Quando nel 1969 Einaudi pubblicò Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, l’Italia fu costretta a guardare ciò che per decenni aveva ignorato: la realtà brutale dei manicomi.

Non un semplice libro fotografico, ma un atto politico, un documento di denuncia che contribuì in modo decisivo al percorso che avrebbe portato alla Legge Basaglia del 1978 e alla chiusura degli ospedali psichiatrici.

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Il volume, curato da Franco e Franca Basaglia, raccoglie le immagini realizzate nel 1968 da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin (1930-2025) nei manicomi di Gorizia, Colorno, Firenze e Ferrara. Le fotografie mostrano corpi immobilizzati, sguardi vuoti, corridoi disumanizzati: la quotidianità di persone private della libertà e della dignità.

Cerati e Berengo Gardin evitano ogni effetto estetizzante: scelgono la crudezza, la frontalità, la verità. Il risultato è un’opera dirompente che, pur non accompagnata da didascalie, parla con una forza ineludibile.

Il ruolo di Franco Basaglia

Basaglia, direttore dell’ospedale psichiatrico di Gorizia, intuì l’enorme potere politico dell’immagine. Voleva mostrare alla società che la follia non giustificava la segregazione, che la malattia non era un motivo per privare una persona della sua umanità.

Morire di classe divenne così parte integrante del movimento di riforma psichiatrica. Il volume fu diffuso in contesti accademici, politici e attivisti e contribuì alla mobilitazione culturale degli anni Settanta.

Fu una delle prime testimonianze visive utilizzate per sostenere il paradigma inclusivo della futura psichiatria di comunità e cambiare la percezione pubblica della malattia mentale.

Morire di classe oggi: una rilettura critica nella riedizione di “Sconfinamenti”

Il carattere storico e politico di Morire di classe è stato recentemente rimesso al centro di un dibattito accademico e culturale grazie alla riedizione anastatica pubblicata nel 2008 da “Sconfinamenti” (n. 14), il semestrale di ricerca e divulgazione sociale che ha reso nuovamente disponibile il PDF originale del volume con saggi introduttivi che ne contestualizzano significato e impatto storico

Questa edizione include testi di studiosi come Maria Grazia Giannichedda e Claudio Ernè che riflettono sulla relazione tra corpo, istituzione e fotografia nel contesto del manicomio, mettendo in evidenza come il montaggio delle immagini non sia solo documentazione, ma costruzione narrativa e denuncia sociale.


Immagini, testimonianza e memoria

Secondo gli studi richiamati nella pubblicazione di Sconfinamenti, Morire di classe si differenzia da altri fototesti dell’epoca proprio per la sua strategia visiva e narrativa: le immagini non sono accompagnate da riferimenti geolocalizzati o attribuzioni autoriali alle singole fotografie, né tantomeno indicazioni specifiche sui reparti o sulle condizioni terapeutiche. L’effetto è quello di una testimonianza universale di disumanizzazione, che rende i corpi raffigurati simboli della condizione manicomiale e allo stesso tempo specchi per la coscienza collettiva.

Nella riedizione anastatica, la selezione delle fotografie alterna scorci di ambienti degradati, muri, chiavi, camicie di forza, sguardi imprigionati e spazi vuoti, creando un montaggio visivo che urla più di qualsiasi testo e costringe il lettore ad affrontare la brutalità di un sistema che, fino ad allora, era rimasto invisibile alla maggior parte dell’opinione pubblica.


Un libro politico e sociologico oltre che fotografico

Come ha ricordato Sconfinamenti, Morire di classe è un’opera che va oltre la mera documentazione: è un fototesto politico e sociologico che ha saputo interpretare la crisi di un’intera istituzione per mostrare come il manicomio fosse una istituzione totale di esclusione. Questa lettura colloca Morire di classe non solo tra i fotolibri più significativi della storia italiana, ma anche come un testo di riferimento per chiunque studia l’interazione tra immagini, politica e diritti civili.


Oggi: una mostra a Gorizia con le foto di Berengo Gardin

A oltre cinquant’anni dall’uscita del libro, la forza di quelle immagini è ancora intatta. Lo dimostra la mostra oggi visitabile a Gorizia, al Museo di Santa Chiara, con un sezione dedicata alle fotografie di Gianni Berengo Gardin tratte proprio da Morire di classe.

Un’esposizione che riporta le immagini nel luogo simbolo della riforma psichiatrica italiana, permettendo ai visitatori di confrontarsi nuovamente con una pagina fondamentale della storia sociale del Paese.

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