Il musicista e compositore leggendario Mulatu Astatke con la sua Steps Ahead Band ha dominato la platea del Monk di Roma, regalando uno spettacolo denso di suoni e ritmi africani, americani e europei.

Passando dai ritmi più movimentati dal sapore africano fino alla lenta melodia del piano jazz classico, il musicista ha infiammato la platea, regalando al pubblico un’onda di energia e calore.

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Il polistrumentista etiope, con il suo carisma dirige la band in maniera sottile e impalpabile, passando da uno strumento all’altro con un’energia formidabile, con un’aria da saggio che voglia condividere il suo percorso ci regala le sue composizioni,  un misto di eleganza jazz europea e groove latini ma con una definita matrice africana, come la canzone Motherland, la sua Etiopia, terra di sole e sangue.

E proprio la sua madrepatria sta all’origine del movimento da lui creato, l’Ethio-jazz appunto, una raffinata fusione fra la ricchezza melodica e armonica del jazz, la forza ritmica tipica della musica africana mischiato al funk e alla musica latina. Un movimento da lui creato negli anni 60-70, dopo la sua formazione nella celebre Boston’s Berklee College of Music, che lo ha lanciato subito tra gli artisti di culto, che lui decide di portare nella sua madreterra, l’Etiopia, dove diventa un musicista di punta della scena africana, suonando  con Duke Ellington durante il suo tour.

Dopo un periodo di stallo dovuto alla sua permanenza in Etiopia, Mulatu viene riportato alla ribalta dal regista Jim Jarmusch che lo vuole a tutti i costi per la colonna sonora del film “Broken Flowers” (che contiene sette sue composizioni), a cui fa subito seguito l’interesse dell’etichetta francese Buda Musique che crea una collana dedicata a Mulatu e all’Ethio-Jazz che si intitola “Ethiopiques”. Il terzo millennio segna per Mulatu Astatke una nuova primavera: la sua musica, straordinaria, raffinata e incredibilmente senza tempo arriva a conquistare nuove schiere di ascoltatori. É una musica affascinante perchè rappresenta per il mondo occidentale qualcosa di familiare e straniero allo stesso tempo, trombe e sassofoni,bassi e piano elettrico, mischiati con il ritmo delle congas e dei bonghi.

Gran parte del repertorio suonato al Monk, fa parte del suo album più recente, “Sketches of Etiopia”, che raccoglie composizioni originali e arrangiamenti di canzoni  tradizionali, in cui Mulatu ha sintetizzato al meglio la sua formazione di percussionista, gli studi di composizione, l’influenza latino-americana e il Jazz. Un groove moderno in cui si innestano vecchie melodie e ritmi Afro-funk, che ci regala uno spettacolo di grande classe musicale e di enorme spessore storico e sociale.

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