Una complessità insita coinvolge diversi universi e accomuna la leggibilità della società in un periodo di gran fermento culturale e artistico. Un figlio, due padri. Sofferenza descritta con serenità, elegante tocco di sarcasmo. Una personalità e il suo dolore. Vita dentro affettività.

Parlare di sé stessi richiede molto coraggio. Farlo in chiave ironica e per di più su un palcoscenico, di fronte centinaia di spettatori, è un’impresa ardita.

Mumble mumbleEmanuele Salce è Mumble Mumble. Il soprannome che lo configurava da ragazzo, in quanto, accartocciato su sé stesso si rivolgeva ai suoi pettorali, rendendosi invisibile. Con quella stessa voce autorevole e impostata di Vittorio Gassman, con il quale è vissuto dai suoi due anni in poi, e con la quale il grande mattatore si rivolgeva al figlio Emanuele.

Salce è accompagnato da Paolo Giommarelli, nel ruolo di regista. Una presenza scenica forte, consiglia all’attore di parlare di sé stesso per la stesura di uno spettacolo. Sciolto. Disinvolto. Una resa migliore, di come l’interprete desidera impostare Dostoevskij provandolo nel suo camerino.

Come si racconta può anche recitare. Ci si può esprimere tirando fuori ciò che si ha dentro con fiducia. Un’energia che all’esterno trapela, e tutta d’un fiato, attira.

Giommarelli entra in scena introducendo le tre situazioni che ci vengono inquadrate da Salce, mediante monologhi poetici tratti da Achille Campanile e Petrarca. Due figure contrapposte si compensano sulla scena. Forti e intraprendenti interloquiscono con equilibrio. Sarebbe, così, interessante vedere uno scambio di ruoli.

Emanuele Salce racconta i suoi due padri: quello naturale, Luciano Salce, e Vittorio Gassman. Due morti, ove vigore, energia e sofferenza si intersecano toccandosi. I personaggi si incontrano e si riconoscono grazie alle diverse inflessioni, prima, durante e dopo i momenti funerei.

Riassumere la propria vita in un’ora e venti non è semplice. L’ottimo uso del linguaggio arricchisce il testo con aneddoti, ironia, metafore, immagini, azioni che ci guidano nel percorso, mettendoci di fronte riflessioni e interrogativi imperiali. Tali ci colpiscono.

La sofferenza va affrontata, altrimenti non ci si conoscerà mai in profondità. La morte e l’amore. Due facce della vita, le quali, ineluttabilmente e necessariamente vanno attraversate.

All’apparenza Mumble Mumble – Confessioni di un orfano d’arte può apparire dissacrante. Di Emanuele Salce e Andrea Pergolari, con Emanuele Salce e Paolo Giommarelli, è uno spettacolo in cui ognuno di noi può ritrovarsi in silenzio, attraverso le vicissitudini del protagonista.

Come parlare del dolore? Come esprimere il proprio dolore? Perché è così difficile raccontare la morte? Come accettarla? Tu sei mai morto per amore, o qualcuno è mai morto di amore per te?

La serenità è una forma di narrazione. Gli astanti si ritrovano nei luoghi e accanto all’attore. Una presa di coscienza supportata da un’esplosione di scherno, in cui anche la costipazione e l’incontro con la bionda australiana diventano sano divertimento.

Una catarsi dalla quale liberarsi e ricominciare daccapo. Dimenticare il passato, gli studi e accettare il mondo dello spettacolo a cui non voleva avvicinarsi, in quanto rendeva gli uomini brutti e cattivi.

Una complessità insita coinvolge diversi universi e accomuna la leggibilità della società in un periodo di gran fermento culturale e artistico, ove i grandi personaggi pullulavano e erano sempre circondati da persone anche stravaganti.

Ci leggiamo una richiesta di affetto quasi mai colmato per carattere e rincorrere la celebrità. Un tarlo per sensibilità e urla interne, nelle quali riscontrarsi non è stato facile. Perché nella morte, lasciar andare rapporti non armoniosi, rimane un grande dilemma dell’anima non risolto.

Dopo una tournée che ha toccato diversi teatri d’Italia torna a Roma Mumble Mumble – Confessioni di un orfano d’arte. Dal 21 al 24 gennaio Emanuele Salce torna in scena con Paolo Giommarelli al Teatro Brancaccino di Roma.

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