di Giulia Paciotti

 

Giuseppe Patroni Griffi è l’autore di Metti una sera a cena (1968), film che fece scalpore per la scena del bacio a tre. Conosciuto come regista dell’omosessualità, ha scritto tra i più famosi libri gay del Novecento italiano, tra cui Scende giù per Toledo e La morte della bellezza.

Quest’ultimo lavoro, del 1987, contiene l’essenza dello scrittore napoletano, emigrato a Roma dopo la guerra. Nei suoi libri torna spesso il mito di una Napoli perduta e devastata dai bombardamenti, ma tra le macerie e la disperazione, Griffi fa nascere dolcemente l’amore, come un germoglio di speranza, da cui la sua terra potrà risanarsi.

Dopo il successo al Teatro Segreto di Napoli, La morte della bellezza arriva a Roma al Teatro Millelire. La regia di Nadia Baldi porta in scena il romanzo sotto forma di narrazione corale. Quattro attrici, la stessa Baldi, Franca Abategiovanni, Marina Sorrenti e Lia Zinno, si posizionano dietro i leggii e sfogliano pagine del romanzo con la loro voce, protagonista assoluta dello spettacolo. Pochi gesti e grande espressività caratterizzano questo scenario immobile ma emotivamente dinamico. I volti sono appena illuminati, la luce e la musica seguono l’andamento della storia, intrecciandosi con il ritmo delle voci: cadenzato e andante nei dialoghi in dialetto napoletano, dolce e romantico nella descrizione del mare, lento e surreale nella città-fantasma. Parole ripetute all’unisono, si sovrappongono, sfumano, si scompongono e si trasformano in rumori, sibili, urla, singhiozzi, gemiti sommessi. Un’orchestra di suoni e colori che ricrea l’emozione della lettura in una rappresentazione teatrale,  lasciando allo spettatore la possibilità di creare la propria immagine virtuale del racconto e dei personaggi.

 Napoli viene evocata con un lamento malinconico e amaro, un omaggio alla sua bellezza, interpretato dalla musica di Andrea Bonioli e dalla cantante Roberta Rossi. “Com’era bella napoli…” riecheggia in tutto il testo, come attendendone un inaspettato ritorno. L’autore regala un’immagine della città così come si presentava prima del 1943, in netto contrasto con la desolazione che fa da sfondo alla storia di Eugenio e Lilandt: un giovane napoletano e un insegnante italo-tedesco, che tra le macerie di una terra distrutta e sconvolta, si amano.

Eugenio, alle prime armi con l’amore, indietreggia istintivamente e oppone resistenza ad un sentimento che non vuole accettare, che lo spaventa e da cui sente di doversi difendere. Ma Lilandt è una piacevole tortura da cui presto si lascia travolgere con abbandono e confusione dei sensi. “C’è un momento, al crepuscolo, in cui il buio si solidifica, oggetti e persone sono masse opache nitide nei contorni, due ombre si misurano con lo sguardo assorbito dall’oscurità”. Al buio, lontani dai riflettori della cultura moralista, i due innamorati si incontrano e conoscono se stessi.

Patroni Griffi scrive con un susseguirsi di eufemismi la storia di un mondo perduto in cui la giovinezza e la bellezza sono destinate a morire, come l’amore dei due giovani e il paesaggio di Napoli.

 

 

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