È appena andato in scena al Teatro Duse di Roma lo spettacolo “Papà al cubo” di Antonio Grosso . L’idea è originale, divertente e di grande attualità. Tre giovani che si trovano di fronte ad una inaspettata paternità che inizialmente vorrebbero rigettare e che invece darà un senso completamente diverso alle loro esistenze. Tra i tre papà adottivi c’è anche un ragazzo gay che aggrava la loro condizione agli occhi della società e dello Stato. Un’assistente sociale, infatti, vorrebbe togliere la bambina a questa  famiglia atipica ma a volte l’amore può superare i pregiudizi della società.

Patrizio De Bustis, pur essendo alle sue prime esperienze come regista, si rivela all’altezza del compito nonché come attore. Riesce ad affrontare tematiche di grande complessità divertendo. Il successo riscosso in queste serate (lo spettacolo ha registrato sempre il tutto esaurito) è dovuto proprio a questa ricetta che mescola argomenti di notevole rilievo sociale e leggerezza nell’interpretazione. Unico neo: abbiamo trovato retorico l’episodio che rievoca il crollo delle torri gemelle. Ci è sembrato un elemento fuori contesto, fuori tempo e fuori spazio. Per il resto i personaggi sono ben caratterizzati. Il ruolo del papà gay che lo stesso De Bustis riveste con estrema scioltezza,  gli permette di esprimere tutta la sua tenerezza e la sua umanità che arriva al pubblico come autentico, caratteristica difficile da trovare. Bravo anche Alessio Salvatori, che si cala nei panni del coinquilino pieno di nevrosi e paranoie. Un personaggio ai limiti della caricatura, molto difficile da sostenere per due atti, ma che non ha visto defaillance nell’interpretazione di Orlando.

La recitazione di Manuel Ricco risulta a volte impostata ma sappiamo bene che mettere in scena un “tamarro” nei panni di un affettuoso papà non sempre può essere semplice. Ma è proprio quando è in scena Paolo, è questo il nome del personaggio che interpreta, che il pubblico si scalda, ride, si diverte. Il ruolo del ragazzo rozzo alle prese con poppate e pannolini piace la pubblico del Teatro Duse incantato dalla storia d’amore che nasce tra Paolo e la vicina di casa. Sarà proprio lei, una brava Alessandra Verdura, a distruggere il sogno dei tre. Assistente sociale da diverso tempo, la ragazza  proverà a portar via loro la piccola Sara. È un suo monologo struggente, che chiude lo spettacolo, a sottolineare che “mamma e papà” sono solo due etichette e che forse l’amore va al di là di qualsiasi categoria imposta dalla società.

 

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Filomena Zarrelli, nome completo di Mena Zarrelli, è di origini campane. Ha studiato lettere moderne all’Università di Napoli, Federico II, e dopo essersi abilitata all’insegnamento per le scuole medie e superiori si è trasferita a Roma dove è docente di lettere da alcuni anni. Qui ha seguito corsi e stage nell’ambito giornalistico e per passione si dedica a pieno ritmo anche a questa seconda attività. Si interessa particolarmente di teatro, di arte e letteratura.
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Filomena Zarrelli, nome completo di Mena Zarrelli, è di origini campane. Ha studiato lettere moderne all’Università di Napoli, Federico II, e dopo essersi abilitata all’insegnamento per le scuole medie e superiori si è trasferita a Roma dove è docente di lettere da alcuni anni. Qui ha seguito corsi e stage nell’ambito giornalistico e per passione si dedica a pieno ritmo anche a questa seconda attività. Si interessa particolarmente di teatro, di arte e letteratura.

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