Avevamo già avuto il piacere, nel 2013, di celebrare il successo di Apnea, opera prima di Lorenzo Amurri, quando lo incontrammo alla Fandango.

Quest’anno è la volta di Perchè non lo portate a Lourdes?

Una donna misteriosa. Un messaggio con l’invito a fare un viaggio, anzi “il viaggio” .

Un viaggio visto con gli occhi di un non credente.

Un viaggio dove, la disabilità sembra quasi un privilegio.

Un viaggio dove la “mercificazione” della fede avvicina alla provvidenza.

 

Lorenzo Amurri

Con l’invito di una buona lettura, pubblichiamo pochi estratti.

La parola “miracolo” continua a rimbalzarmi in testa, fastidiosa come una pallina da ping-pong. Non potrei sopportare di essere inghiottito dal mostro Vaticano. Io, laico e semiateo, accomunato a qualche santo del giorno che, col potere concessogli da Dio in persona, mi ha guarito. Affinché io possa rendergli grazie portando l’esempio della sua misericordia in ogni diocesi del mondo, per sempre. E poi non ho visto nessuna luce, nessun santo e nessun Dio. Altrimenti mi sarei dovuto ricredere su tutta una serie di cose, e avrei avuto bisogno di due giorni e tre o quattro preti per confessare i miei peccati.

[…]

 

Sulla scrivania c’è un cd di Stevie Ray Vaughan, con lui che imbraccia una chitarra in copertina. La chitarra. La mia chitarra! La mia vita! La mia passione!

L’avevo nascosta così in profondità nel mio cuore, che ho avuto bisogno di un’immagine per rievocarla. Io sono la mia chitarra e le sue note erano le mie sole parole. Chissà se ancora parlo la sua lingua, dopo un tempo che ora mi sembra infinito. Devo suonare. Devo suonarla. Le mie vene pulsano e il sangue corre impetuoso verso le mani, che fremono e a fatica ne contengono la forza. La chitarra è nella stanza accanto. Mi avvicino alla porta scorrevole. Uscire è troppo rischioso: devo fare mezzo corridoio e infilarmi nella stanza, prendere lo strumento e tornare indietro. E se l’assistente torna proprio mentre sono dentro la stanza? Se mia madre va in bagno e mi trova nel corridoio con la chitarra sottobraccio? Già vedo la scena: io che la carico, priva di sensi, sulla carrozzina e la porto – seminudo – al pronto soccorso. E non si tratta solo di questo. La mia camera è una specie di grembo materno; di utero accogliente. Uscire sarebbe come svestirsi bruscamente della placenta, lasciare il liquido ovattato che mi protegge. Non è il momento di rinascere, non ancora almeno. Anche se è difficile resistere, frustrante. Posso muovermi, posso sentire, posso toccare ma sono ancora prigioniero del mio corpo.

[…]

 

Dovrei essere felice, dovrei uscire urlando di gioia, dovrei prendere la chitarra e suonare e ballare e cantare. Invece resto qui, annichilito dalle angosce, dalle paure, dalle domande che forse sono solo immaginarie e stupide; ma che sento così reali.

Mi alzo e cammino verso la finestra. Sono in perfetto equilibrio adesso e sento ogni passo. Il movimento della gamba, il tallone che tocca il pavimento leggermente prima della pianta, la punta che spinge e gradualmente vola via verso il prossimo atterraggio. È bellissimo, e ogni passo sembra durare in eterno. Guardo di nuovo dai buchi della serranda. I cani sono sempre lì che giocano. Stavolta non si girano, non sentono la mia presenza. Neanch’io la sento. Non mi sento in nessun luogo preciso in questo momento. Mi trovo tra un mondo e un altro. Indeciso e perciò assente.

[…]

 

Mi avvicino al letto e mi stendo guardando il soffitto. Qui mi sento al sicuro. In una posizione e con una visuale che conosco, a cui sono abituato – dove non devo nascondermi da nessuno. Una stanchezza disarmante si sta impadronendo del mio corpo, la tensione è svanita. Mi giro verso destra e, senza pensare, mi rimetto le talloniere e risistemo i cuscini protettivi sotto le caviglie e tra le ginocchia. Mi è rimasta tanta voglia di suonare. Meglio riposare un po’ prima, forse al risveglio troverò il coraggio di sgattaiolare nell’altra stanza. Forse al risveglio sarà tornato tutto come prima. Normale.

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