La comparsa nelle librerie italiane di Petali e altri racconti scomodi è avvenuta in concomitanza con una serie di imperdibili appuntamenti con l’autrice messicana Guadalupe Nettel che si è messa a disposizione del pubblico per compiere brevi ma intensi viaggi all’interno della sua produzione narrativa.

Venezia è stata lo scenario privilegiato della serie di incontri con la scrittrice che, oltre a figurare tra gli ospiti di spicco della XII edizione della manifestazione letteraria Incroci di civiltà, svoltasi tra il 3 e il 6 aprile, ha aderito al progetto Waterlines—Residenze letterarie e artistiche a Venezia, proponendo un laboratorio di scrittura creativa diretto agli studenti del Collegio Internazionale Ca’ Foscari ma aperto anche agli interessati.

La presenza di Guadalupe Nettel nella città veneta ha incrementato l’interesse del pubblico nei confronti del libro di racconti recentemente pubblicato dalla casa editrice La Nuova Frontiera con la traduzione di Federica Niola.

Petali e altri racconti scomodi tesse le diverse voci narranti dei suoi racconti in quella che potrebbe definirsi una “poetica del mostruoso”. Ogni petalo, ogni racconto, può leggersi come il canto di un essere imperfetto che si sporge sul proprio pozzo interiore per scorgerne il fondo.

Solitari ed insoddisfatti

Solitari, insoddisfatti, bloccati in una zona grigia dell’esistenza, i personaggi che popolano Petali appaiono come gli ignari depositari di un sapere sotterraneo e misterioso che suona al tempo stesso sinistramente familiare.

Dal fotografo medico che si innamora di una ragazza affetta da un’anomalia alla palpebra, alla quindicenne in cerca della Vera Solitudine su di un’isola di pescatori, Petali propone un’immersione nella dimensione più fragile e inaccettabile dell’essere umano mettendone in risalto la sua bellezza enigmatica.

La scrittura asciutta e incisiva di Guadalupe Nettel ci riporta a una poesia fatta di silenzi e qualche suggerimento come quello dell’epigrafe del libro, che ci ricorda come la bellezza del mostro risieda propriamente nella suo esserne inconsapevole.

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