Al Teatro Quirino fino al 18 dicembre sarà in scena un’opera di Luigi Pirandello interpretata e diretta da Gabriele Lavia, “L’uomo dal fiore in bocca… e non solo”.

“Non solo” perché, anche se l’originale pirandelliano non risulta modificato dal regista, è comunque arricchito con altre novelle che concernono i temi della donna e della morte, legati indissolubilmente.

I protagonisti sono Gabriele Lavia che interpreta un uomo “un po’ strano”, l’uomo dal fiore in bocca appunto, “il pacifico avventore” Michele Demaria e una donna come “un’ombra che passa in lontananza”, impersonata da Barbara Alesse.

L’imponente scenografia, realizzata dagli storici laboratori del Teatro della Pergola di Firenze,  proietta lo spettatore in una sala d’attesa di una stazione ferroviaria dei primi del Novecento.

Un lungo filare di panchine abbraccia l’intera stanza, che da un lato si affaccia su grandi e scure vetrate, sormontate al centro da un imponente orologio senza lancette. Un luogo senza tempo dove solo lo scorrere dei treni, con il loro rumore assordante, ricorda che continua a scorrere una vita remota al di là del dialogo tra i due uomini.

È una sera d’estate, ma fa freddo e piove incessantemente. Nella sala d’aspetto c’è solo un uomo quando irrompe un ometto pacifico carico “come un mulo” di pacchi e pacchetti che ha appena perso il treno. Una silhouette di donna appare ogni tanto come un fantasma al di là delle vetrate.

L’uomo dal fiore in bocca va incontro al pacifico avventore, e incomincia a parlare quasi come fosse un monologo, coglie le sfumature di ogni aspetto della vita, si abbandona a dolorose confessioni. È un uomo pienamente cosciente della morte che non gli ha lasciato via di scampo, consegnandogli quel fiore in bocca, una malattia che piano piano lo consuma.

Parla come un filosofo, un attento osservatore della vita nelle sue minuzie.

Da una citazione di  Schopenhauer, sull’uomo quale essere metafisico e dunque consapevole della sua fine, inizia un’analisi sulla vita e sulla morte. Quest’uomo un po’ strano tenta di stanare il silenzioso uomo pacifico dalla sua inerte pacatezza per interrogarsi insieme a lui sul dramma dell’esistenza. E in questo clima di nascoste confidenze, che si è instaurato tra i due sconosciuti, prendono piede considerazioni condivise sulla figura femminile, sulla donna, pensieri costanti e ingombranti nelle menti dei due uomini.

La donna che ogni tanto appare al di là della vetrata è la moglie in costante attesa di quell’uomo dal fiore in bocca o è figurazione della fine vicina? Lo perseguita, non accenna ad andarsene definitivamente; non è forse la continua consapevolezza della morte che non lascia pace a quell’uomo?

Una morte invisibile, nascosta come quel fiore, ma che segue sempre l’uomo come un’assidua inquietudine.

Non è un brutto, brutto insetto che qualche gentil passante può scacciare dalla tua giacca se ti incontra per strada, nessuno può vederla, ma silenziosa ci insegue. E forse anche quel pacifico avventore, che continua a perdere sempre il suo treno, anche se solo per pochi secondi, con le sue maschere da buon marito, buon padre (tanto care a Pirandello) è condannato allo stesso dramma così come il suo interlocutore. Avrà mai inizio il suo viaggio su quel treno liberatore?

Un colloquio tra un uomo che sa di dover morire di lì a poco e un uomo comune, uno come tanti, sul  dramma dell’esistenza, sul mistero della vita. E una donna, ombra perseverante nella vita dell’uomo, una continua metafora della morte. Questi gli ingredienti principali di questa trasposizione dell’opera di Pirandello che smuove le paure comuni dell’essere umano rintracciandole dietro la moltitudine di maschere che ci aiutano a sopravvivere.

Per questo Articolo le immagini sono state fornite dall’ufficio stampa dell’artista/spettacolo. Si declinano per tanto ogni responsabilità relative ai crediti e diritti.

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