Dopo la sua apparizione italiana al Giffoni di qualche mese fa, Richard Gere torna in Italia al Festival Internazionale del Film di Roma per presentare il suo ultimo lavoro: “Time out of mind” di cui è anche coproduttore, per la regia di Oren Moverman.

Gere interpreta George, un uomo distrutto e disperato che si trova a vagare per le strade di New York alla ricerca di un posto dove cui dormire. Lo troverà solo al Bellevue Hospital in cui verrà a contatto con il mondo degli emarginati. Lo stesso posto però gli darà anche l’occasione di conoscere uno degli ospiti che saprà infondergli un po’ di speranza per ricostruire alcuni rapporti familiari compromessi.

Gere: “Abbiamo effettuato 45 minuti di riprese digitali per strada a New York, in una via piena di gente e nessuno ha mai incrociato il mio sguardo immerso nella vita degli invisibili. Il loro fallimento sembra che in qualche modo possa irradiarci e fondamentalmente è per questo motivo che non vogliamo nessun contatto con questi disperati ”.

Come si è sentito ad essere uno di loro?
“Io sono un attore e per quanto cerchi, non potrò mai sentire quel che provano loro né mai avrò modo di immedesimarmi completamente.
Abbiamo girato persino delle scene nella Grand Central Station che, per chi c’è stato almeno una volta in vita sua, è davvero una bolgia. Nessuno mi ha mai riconosciuto tranne due tipi di colore che mi hanno visto e mi hanno detto:”Hey Richard, che ci fai qui? Come va?” e poi se ne sono andati per la loro strada.
Chissà, forse le persone di colore sono più attente a quel che gli accade intorno, magari anche per mille ovvi motivi ma è così. Forse i neri sono meno chiusi. Noi poi con l’avvento degli smartphone siamo diventati ancora più isolati gli uni dagli altri.
La realtà è che a New York vivono 60000 senza tetto e di questi 20000 sono bambini. E questa è l’unica città americana che per legge garantisce ad ognuno di loro un posto letto e due pasti al giorno.
Questo è uno di quei film che una volta facevano anche le grandi case di produzione. Ora no, perché la realtà è che nessuno ci guadagna, ma il futuro del cinema serio deve andare in questa direzione. Se vuoi provare a farlo produrre il segreto è di porlo come un film thriller o romantico, meglio ancora se con entrambe le sfaccettature. Mai devi pensar proporlo come un film drammatico ( mi viene in mente in proposito la vicenda travagliata di Dallas Buyers Club)”.

Per un momento l’attenzione è rapita da un pipistrello che vola in sala:

“E’ un pipistrello? Ho visto bene?? E’ l’apocalissi? Dopo arriveranno le rane?”

L’attore poi spiega il perché della scelta di non raccontare nulla o quasi su come il protagonista diventi un homeless.

“C’è un motivo preciso per cui abbiamo deciso di non raccontare come il protagonista del film diventa un emarginato. Non è importante cosa è accaduto prima. Se guardo attentamente una persona nei suoi occhi posso capire molto di lui. Se dedichi del tempo a questo riesci a farcela. E’ una visione troppo semplice, il difficile essere qui e vivere il momento. “Time out of mind”, lo dice il titolo, scardina completamente l’idea del tempo. Alcune informazioni sul protagonista vengono date all’inizio del film, ma non fondamentali.

La vera sfida è stata mantenere vivo film per due ore mostrando come ci si sente quando si è fuori dal tempo. Il direttore della fotografia Bobby Bukowsky in questo è stato fondamentale. Non c’è neppure un uso importante della musica per accentuare certe situazioni. Era la vita che riempiva l’inquadratura!”

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