Alla conferenza stampa di Sanremo 2026 di ieri sera è successo qualcosa che dice più di mille editoriali: Le Bambole di Pezza, la prima band punk tutta al femminile nella storia del Festival, salgono sul palco e parlano chiaro: il femminismo non è roba da archiviare, e la parità non è ancora realtà.

Un giornalista, uomo adulto con microfono in mano, chiede:

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“Portate temi femminili e femministi. Non pensate che oggi questa contrapposizione sia ormai superata?”

Ecco il déjà-vu: ogni volta che una donna pronuncia la parola femminismo, c’è sempre qualcuno pronto a spiegare perché non servirebbe più. La risposta della band è calma, elegante, perfetta:

“Femminista è un termine che ci piace e lo usiamo con il coraggio che merita. Non siamo contro il sistema maschile: vogliamo la parità. Significa lavorare per una società più giusta.”

Ma il giornalista insiste, rilancia:

“La nostra non è una società patriarcale: la parità c’è. A casa mia comanda mia moglie.”

Ecco il punto cieco: confondere la propria esperienza domestica con la realtà sociale. Pensare che qualche scelta condivisa sul divano equivalga a un mondo equo.

A chiudere il cerchio, la bassista Caterina Kaj Dolci pronuncia la frase che dovrebbe essere proiettata in loop ovunque:

“Noi non vogliamo potere in casa, vogliamo potere ovunque.”

“Ovunque” significa davvero ovunque: nei ruoli dirigenziali, nelle quote artistiche, nello spazio pubblico dove le donne vengono ancora interrotte, corrette o ridimensionate.

Chi dice che la parità è già raggiunta confonde esperienza personale con condizione strutturale, equilibrio domestico con equità sociale, gentilezza individuale con giustizia sistemica. Il patriarcato non è un marito che lascia scegliere il colore del divano: è un sistema di potere che assegna privilegi prima ancora che si nasca.

E il giornalista, con le sue domande, lo dimostra da solo. Perché se la lotta fosse davvero finita, nessuno sentirebbe più il bisogno di chiedere se serva ancora.

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