Quali sono i rischi di un desiderio? Quali responsabilità comporta un desiderio?

Alessia

La Generazione, romanzo di esordio di Simone Lenzi, cantante e autore del gruppo rock Virginiana Miller, è un difficile viaggio nel mondo della procreazione assistita. Lenzi sonda con delicatezza e garbo le questioni legate alla sterilità femminile attraverso il flusso di coscienza del protagonista, un portiere d’albergo notturno che vive un’esistenza al contrario. Il desiderio di un figlio diviene il punto di partenza per scoprire il mutamento del ruolo del maschio nella società contemporanea, per esplorare le dinamiche di una coppia alle prese con un percorso doloroso e amaro. Abbiamo incontrato Simone Lenzi a Roma per approfondire le tematiche del suo romanzo e per capire come il suo lavoro abbia ispirato il film di Paolo Virzì “Tutti i santi giorni”.

Vorrei cominciare a parlare del tuo libro iniziando proprio dal titolo. Sono stata ingannata due volte dal termine “generazione”. In principio l’ho interpretato nel senso più comune, quello anagrafico, successivamente ho capito che si riferiva al verbo generare, ma scorrendo tra le pagine ho intuito che entrambi i significati riescono a descrivere il romanzo

 Volevo che avesse entrambi i significati per far capire che conteneva anche il senso del verbo generare. Nella prima edizione in copertina c’era un uovo (n.d.r. nella nuova edizione la copertina scelta è la locandina del film di Paolo Virzì “Tutti i santi giorni”) che lasciava intendere implicitamente il duplice senso della parola.

 Dei tanti articoli che ho letto sul libro mi ha colpito molto la recensione di Antonio Celano, credo sia una delle visioni più lucide e complete del tuo lavoro; Celano afferma che viviamo “In un’Italia a crescita zero, quasi sterile per scelta”, secondo te Simone, il nostro paese sta attraversando un periodo di sterilità generazionale?

 Se intendi generazione nel senso di persone che condividono la stessa età anagrafica credo che la mia di generazione abbia vissuto per molti anni nell’illusione di un presente che non finiva mai, senza affrontare il futuro in modo progettuale. Spesso ci siamo posti la domanda sul fare figli quando ormai iniziava ad essere anagraficamente troppo tardi, quindi, da questo punto di vista, la mia è stata una generazione a forte rischio di sterilità, non solo per una mancanza nel generare, ma anche per un inefficace raggiungimento del potere. Storicamente abbiamo sempre assistito ad un ricambio generazionale, negli ultimi venti anni è come se questo processo si fosse bloccato, abbiamo vissuto come se fossimo eternamente destinati ad essere figli di qualcuno, senza diventare a nostra volta padri, usurpando il trono di chi è saldamente ancorato alla propria poltrona.

Ho ritrovato la tua scrittura “musicale” tra le parole di questo romanzo, forse è una coincidenza, ma ad un certo punto ho identificato tra le righe di “La Generazione” un passo della “Vita Illusa” (n.d.r. dall’album dei Virginiana Miller “La verità sul tennis”); scrivere un romanzo è stato per te un risvolto del tuo mestiere di musicista?

 L’attitudine è la stessa, sono due realizzazioni diverse di un medesimo approccio. Nel libro non c’è nessun riferimento alla musica peròSimone Lenzi

l’inclinazione alla scrittura per me è musicale. Credo che la prosa debba suonare in un certo modo, la frase deve avere un suo ritmo, questo è anche il criterio di scelta dei libri che leggo. Alla fine penso che non sia così diverso scrivere il testo di una canzone o scrivere una prosa. Nel caso della canzone, esiste una linea melodica e uno schema ritmico da rispettare, bisogna inanellare le parole su di una struttura; in prosa è tutto diverso, ma questo non vuol dire che ci debba essere assenza di ritmo, per gli antichi è appurato che fosse un elemento rilevante, ciò che comunemente definiamo arte retorica.

 Entrando nello specifico del racconto credo che la tua visione maschile di un problema femminile sia davvero coinvolgente, da donna penso di non aver mai esplorato fino in fondo le tematiche che riguardano il funzionamento del mio corpo, sono entrata in questo libro in punta di piedi e ne sono rimasta travolta..

Se la domanda di partenza era quella della generazione, di fatto esiste un elemento misterioso in questo, la biologia moderna ha risolto determinati quesiti, però rimane comunque un elemento impenetrabile e nel caso del racconto è rappresentato dal perché una donna non riesce a procreare. Il protagonista inizia a mettere in relazione diverse letture tratte dalla medicina antica dove ci si interroga su questo mistero. Il suo atteggiamento è il medesimo che si riscontra in Ippocrate, perché in lui c’è sempre questa idea che il corpo di una donna rimanga qualcosa di cui solo la donna può dire fino in fondo. Ad un certo punto il protagonista si definisce un “Ippocrate minore e apocrifo” in effetti credo che lui replichi questo atteggiamento di curiosità e rispetto.

Nel romanzo viene descritto il ruolo di un figlio come di colui che diviene testimone della vita del padre. Pensi che sia questo il  principale motivo dell’accanita ricerca del generare?

Questo discorso ho cercato di analizzarlo da tutti e due i punti di vista, da quello maschile e da quello femminile. Il paradigma classico per un padre è quello del testimone; testimone deriva da testis che vuol dire anche testicolo, è come se nel seme paterno fosse contenuto questo bisogno di testimonianza che il figlio dovrà dare della vita del padre, che nel romanzo è incarnato dalla figura del facchino. Dal punto di vista della donna deriva invece l’idea che diventare madre sia un fatto identitario:  sono una donna solo se faccio un figlio. Il libro mira a scardinare entrambe queste posizioni. Se proprio volessimo trovare una morale, il che non è naturalmente necessario, credo risieda nell’analizzare la passione che porta a concepire alcuni desideri anziché la realizzazione dei desideri stessi. Non è mai la concretizzazione di un desiderio che ti rende felice, ma piuttosto il fatto che tu abbia sufficiente passione per formularne uno.

In una tua recente intervista hai citato tra i tuoi autori cinematografici preferiti il regista francese Robert Bresson. Egli sosteneva che “nel cinema moderno non ha alcun senso domandarsi se un film è fedele al romanzo, perché il romanzo e il cinema giocano la loro partita parallela.” Ho intuito che nello stendere la sceneggiatura di “Tutti i Santi Giorni” il procedimento che avete usato con Paolo Virzì e Francesco Bruni è stato il medesimo…

Lenzi2

Il film non è una trasposizione cinematografica del romanzo. Paolo Virzì è partito dall’unità emozionale del libro; da questo ha poi costruito una storia anche abbastanza diversa dal racconto. Sono due cose che hanno vissuto una vita parallela, ciascuna con la sua autosufficienza.

Vorrei concludere questa intervista con una riflessione personale: ho trovato commovente il momento in cui il protagonista parla di una “cerimonia privata” consacrata nel bagno di un treno, dove, con una siringa in mano, inietta nel ventre della moglie il farmaco previsto dalla terapia di fecondazione assistita. Mentre cerca un punto del ventre non livido, il protagonista “prende lei come legittima sposa forse più del giorno in cui le ha messo l’anello al dito.” Credo che questa scena sia l’immagine che porterò con me.

Scegliere di vivere con un’altra persona significa condividere dei progetti, tutte le situazioni dolorose che si affrontano insieme all’altro per realizzare quei progetti sanciscono poi di fatto l’unione. Quello che unisce è la condivisione di ciò che non è facile condividere.

SIMONE LENZI

LA GENERAZIONE

DALAI EDITORE

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