Toni Servillo è perfettamente consapevole della sua bravura e della sua affascinante presenza scenica. Ne è consapevole al punto da non riuscire talvolta a contenerne il compiacimento, dando luogo ad una strana inversione di ruoli: lo spettatore ha la strana sensazione di sentirsi osservato, sorprendendosi a trattenere il respiro e a limitare i gesti, temendo uno sguardo dal palco.

Nel buio del Teatro Nuovo, torre di guardia nel cuore più puro dei Quartieri Spagnoli, ci sono voluti alcuni intensi secondi perché questa sensazione si smaterializzasse dopo l’arrivo dell’attore nella penombra della scena.

Quello che Servillo non sa però, per forza di cose, è che dopo qualche minuto dall’inizio dello spettacolo i suoi lineamenti si sciolgono in un’espressione fluida, morbida, vivace, appassionata come quella di un bambino impegnato con tutte le sue forze nel suo gioco preferito. È lì che Servillo ha cominciato a cancellarsi per tratteggiare nell’aria le scene, i corpi, le architetture, i vestiti, i volti della Napoli che fu: la sua voce accompagna in un ideale viaggio attraverso i tre Regni dell’Aldilà, percorrendo nei versi in lingua i mille volti della cultura partenopea.

Una selezione personale di quindici componimenti di Viviani, Di Giacomo, Borrelli, De Filippo, Russo, De Curtis, Moscato, De Giovanni, Montesano, Sovente, Mangione – talora poesie, talora racconti, una canzone – che, attraverso quell’immenso caleidoscopio espressivo della lingua napoletana, offre a chi ascolta l’esperienza di una intensissima scossa emotiva modulata dal ritmo ancestrale, conosciuto, talvolta allegro, talvolta cupissimo, di un idioma che è musica, luce, acqua, scoglio, profumo di mandarini ma anche morte, fame, abbandono, disperazione.

In poco più di un’ora si ha l’impressione di assistere alla composizione di una piccola Cappella Sistina, con un leggìo che ora diventa chiaramente la finestra da cui Dio si affaccia su Napoli e decide di farsi una passeggiata al sole, ora la scala di un vascio che porta la notizia della morte di un uomo alla sua famiglia, ora lo scoglio dove in un ritmo forsennato il mare restituisce violento tutto quello che ha custodito per secoli nelle sue acque. Una prova eccezionale di un interprete eccezionale, ammaliato anch’egli dalla bellezza delle immagini, dalla dignità di quei personaggi, dai colori del paesaggio che attraverso la sua voce raccontano Napoli a chi ne sente la melodìa.

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Architetto con la passione per la scenografia e la musica, vorrebbe capirci un pò di più di arte contemporanea: nel frattempo visita musei e si pone delle domande. Classe 1980, pensa però di aver completamente mancato il decennio giusto, non sapendo ancora decidere quale sia. Ama salvare vecchi oggetti che chiunque altro butterebbe e conserva con devozione un vecchio biglietto del treno Genova-Lavagna, trovato nella tasca di una giacca di velluto verde vintage, fantasticando ogni volta sulla possibile storia che quel biglietto si porta dietro.
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Architetto con la passione per la scenografia e la musica, vorrebbe capirci un pò di più di arte contemporanea: nel frattempo visita musei e si pone delle domande. Classe 1980, pensa però di aver completamente mancato il decennio giusto, non sapendo ancora decidere quale sia. Ama salvare vecchi oggetti che chiunque altro butterebbe e conserva con devozione un vecchio biglietto del treno Genova-Lavagna, trovato nella tasca di una giacca di velluto verde vintage, fantasticando ogni volta sulla possibile storia che quel biglietto si porta dietro.
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