Tra poesia e musica. Intervista a Leonardo di Lorenzo.

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“Lavorare a livello internazionale non vuol dire perdere identità. Bisogna essere fieri delle proprie origini, bisogna capire che la creatività non nasce dalla fortuna di avere a disposizione un’industria, nasce dalla necessità, nasce dalla fame.”

Leo Di Lorenzo è un giovane compositore che ha scelto di lasciare l’Italia 8 anni fa per realizzare i suoi progetti a Londra. Ha lavorato con artisti di fama internazionale, come l’inglese Ray Gelato, e con importanti istituzioni come il California Institute of Technology (Caltech). Da qualche mese ha inaugurato il suo nuovo studio di registrazione ma non è tutto. Leonardo ha cominciato a dedicarsi alla scrittura, ha raccolto in un libro le sue poesie, dove mostra un po’ di se stesso, dove svela il suo lato più intimo al mondo.
Sere fa l’ho raggiunto telefonicamente e mi ha chiarito i pro e i contro della scelta di lasciare il proprio paese, della volontà di non tradire le sue origini.

Leonardo vorrei cominciare parlando della tua raccolta di poesie intitolata Spaghetti WestEnd. Come nasce in te la necessità di voler raccogliere in un libro i tuoi versi?

Spaghetti WestEnd parla di me e della mia vita da italiano a Soho, famigerato quartiere di Londra. In realtà non sono mai stato un grande lettore, le immagini mi hanno sempre affascinato più delle parole. Un giorno ero alla ricerca di alcuni video di Tom Waits e all’improvviso mi sono imbattuto in un frammento di Waits intento a leggere alcune poesie di Bukowski. Nella mia ignoranza ammetto che non sapevo chi fosse, ma ascoltando quei versi mi si è aperto un mondo. Non avevo idea che una poesia si potesse scrivere in quel modo. I miei ricordi scolastici erano legati a strutture schematiche, ad un certo utilizzo arcaico e pomposo del linguaggio. Attraverso Waits ho scoperto Bukowski e ho iniziato ad amarlo. Non mi era mai successo di innamorarmi così tanto di un brano scritto; quando lessi Bluebird piansi perchè mi rividi tantissimo in quelle parole. Ho cominciato così ad appassionarmi e all’improvviso ho iniziato a scrivere anche io. Sentivo una forte connessione con gli scritti di Bukowski, rispecchiavano sotto molti aspetti il mio modo di essere.
La vita a Soho, pur essendo un quartiere nel pieno centro di Londra, è precaria, molto bohemienne, si vive la notte tra i night clubs, i bar, gli spacciatori e i bordelli, è una scuola di vita.
Non ho mai cercato di diventare uno scrittore, è successo perchè ho sentito fortemente il bisogno di mettere su carta quello che provavo e tenevo dentro da tanto tempo.

C’è tanto di te in queste poesie, credo che sia una sorta di autobiografia, un voler mostrare al mondo una parte del tuo essere che forse dalla musica non traspare…

Un mio caro amico leggendo le mie poesie mi ha detto : “ma questo non sei tu!” Il motivo per cui ho scritto queste cose è che avevo bisogno di esprimere la mia parte più intima e nascosta. Non ho composto versi per mostrare queste cose al mondo, ho scritto un libro perchè aveva senso raccogliere le esperienze, i pensieri, le emozioni dei miei 6 anni di vita a Soho. Ho poi notato che i miei scritti emozionavano anche chi li leggeva forse perchè in questo libro credo di essere stato molto più onesto che tante volte facendo musica. La musica per me è un mestiere e come tale ammette la mediazione. Quando scrivo un brano per qualcuno metto me stesso in secondo piano, il mio è come se fosse un vestito che necessariamente deve stare bene a chi ha richiesto la sua confezione. Quando scrivo o arrangio per Ray Gelato, ad esempio, tengo fede al personaggio con cui mi confronto. Ray è un intrattenitore, uno show man, la mia indole è lontana da questo modello di spettacolo, che comunque apprezzo molto.
Un compositore, un autore, deve mettere in conto di dover confezionare un prodotto adeguato per la persona che dovrà interpretare il brano. La stessa politica è applicabile alle colonne sonore: bisogna servire il film, questo impone la necessità di interpretare i dettami di un regista con cui è fondamentale avere un dialogo. Nei casi più fortunati si lavora in una simbiosi totale, questa è stata, ad esempio, la forza del binomio Ennio Morricone e Sergio Leone, che fino ad oggi è un caso unico ma spero per me, anche ripetibile!

Come mai hai scelto di scrivere musica per gli altri e non mantenere determinate cose per te stesso? Per quale ragione hai scelto di rimanere dietro le quinte senza mostrati in prima persona?

Il punto è che mi piacerebbe tornare sul palco con i miei brani, ma vorrei farlo come dico io, senza dover corrispondere a nessun cliché precostituito. Solo così ne varrebbe veramente la pena. Scrivendo per qualcun’altro ti capita anche di comporre brani che non ti sentiresti di cantare ma che ti danno comunque l’opportunità di esprimere una parte di te. Io e Ray Gelato ci siamo incontrati fumando sigari, una passione che abbiamo in comune. Nel brano che ho scritto per lui, intitolato appunto Fuma! (n.d.r fa parte del nuovo disco di Ray Wonderful, un omaggio alla canzone italiana che comprende anche brani di Paolo Conte, Fred Buscaglione arrangiati alla maniera di Ray Gelato in uscita per la Universal) c’è la mia vena ironica e umoristica, che Ray sa rendere perfettamente sul palco.

Leo come giudichi questi nuovi fenomeni musicali che vengono partoriti dagli onnipresenti reality show televisivi?

Viviamo in una società in cui la gente non ha più tempo per pensare, pensare è fondamentale per mettersi in discussione. Oggi l’unica realtà di intrattenimento a portata di tutti è la Tv. La gente, che lotta per la sopravvivenza, diventa succube di questo sistema e lo accetta passivamente. La televisione legittima l’esistenza di qualsiasi prodotto pseudo artistico e chi ne è fuori, di conseguenza, non esiste. Shows come XFactor, che predicano la scoperta del cosiddetto fattore X, hanno in realtà completamente appiattito il prodotto musicale e sopratutto hanno legittimato il concetto di fama e celebrità come fine ultimo dell’arte musicale, generando masse di aspiranti “artisti”… certo, meglio cantare che andare in ufficio, no?
Io insegno anche composizione ai bambini ed è lì che imparo tantissime cose e mi mantengo puro. Davanti a un bambino ritrovo quello che eravamo, ritrovo l’onestà, la sincerità senza nessun tipo di filtro, al di là della forma. Quello che viene imposto dalla società è un appiattimento culturale che rispecchia gli interessi di chi comanda. Pensare, creare e avere stimoli a livello intellettivo è fondamentale. Se il sistema riesce a non farti pensare, il sistema fa di te quello che vuole.

La tua scelta di andartene dall’Italia da cosa è dipeso? Mi chiedo anche se c’è in te qualche rimorso o rimpianto per la strada che hai intrapreso e che ti ha portato in Inghilterra.

Il mio rimpianto è di non avere l’opportunità di lavorare in Italia. Mi piacerebbe collaborare con i registi italiani, in particolare con Tornatore e Sorrentino, due grandi maestri che sono stati in grado di unire la sensibilità italiana ad un modus operandi di livello internazionale. Io ho lavorato con persone provenienti da molti paesi ma senza mai rinnegare le mie radici italiane.
C’è poi da dire, per dovere di cronaca, che la realtà qui in Inghilterra non è così rosea come si crede. Si tende, in linea generale, a screditare qualsiasi cosa non sia di stampo anglosassone a meno che non si tratti di cibo e moda e Ferrari. L’Inghilterra è un paese che offre delle opportunità ma riuscire ad aprirsi un varco in campo creativo è molto difficile, anche se possibile, ed io ne sono un esempio. In questo momento, comunque, gli inglesi sono ancora in grado di gestire e proteggere un sistema locale che funziona, un’industria musicale che ha una storia e che si reinventa in continuazione, pur senza la creatività di un tempo. Londra è un luogo dove la musica è una realtà professionale, persino a livello amatoriale c’è un grande indotto economico, è una finestra sul mondo, cosa che Roma purtroppo non è più.

Leo parlami del tuo studio, quali progetti ti aspettano in futuro?

Lo studio (N8 Sound), costruito nella mia nuova casa, è dedicato alla composizione di colonne sonore. La musica per le immagini è la mia passione da quando ho 12 anni. Porto avanti anche progetti di arrangiamento e produzione. In ultimo ho in mente la realizzazione di un’opera blues tratta dal mio libro. La struttura si rifà alla prima opera del ‘600 e alcune poesie del libro diverrebbero i recitativi dello spettacolo, mi piacerebbe sviluppare il tutto in una trama teatrale.

BEER KEG LULLABY
a thump
and another,
my head
on the feathers,
the sun still
disguised
as the moon.
the whores
sleep together
on latex
and leather,
nobody will
wake them
til noon.
to think of
tomorrow
would only bring
sorrow,
much better
to stare at those
legs
and sleep to
the sound
of trucks
coming round,
re-filling the pubs
with
beer kegs.

Tratto da Spaghetti WestEnd

Per approfondire il lavoro di Leo Di Lorenzo: www.ldlmusic.com

2 Commenti

  1. “ma questo non sei tu!” …… e piano piano i colori diventano ombre ……… i rumori ricordi …… e la luce muore ………… ti fermi un istante e gridi …. cosi no cosi no ….. ritrovi i colori gli amici ed il dolore …………. il piacere della vita e dell’Amore.

    Ciao Leona’

    Paolo

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