Cosa significa appartenere a una città come Trieste, dove lingue e culture si intrecciano da sempre? Il libro di Ana Toroš, Potovanje po neznanih poteh tržaškosti in Gradnikove poezije, prova a rispondere a questa domanda attraverso un percorso che unisce letteratura, storia e identità. Al centro, la figura di Alojz Gradnik, poeta di confine capace di raccontare, con la sua voce, una realtà complessa fatta di appartenenze multiple e dialoghi culturali spesso dimenticati.
Non è un saggio difficile o distante, ma una ricerca che prova a raccontare qualcosa che spesso sfugge: cosa significa davvero appartenere a una città come Trieste, dove lingue, culture e identità si intrecciano da sempre.
Trieste: una città, due (o più) sguardi
Per anni, la letteratura triestina è stata raccontata come se esistessero due mondi separati: da una parte gli autori italiani, dall’altra quelli sloveni. Da un lato Umberto Saba, dall’altro Srečko Kosovel. Due storie parallele, che raramente si incontrano.
Toroš cambia prospettiva: mette insieme queste voci e le fa dialogare. E così Trieste smette di essere divisa e torna a essere quello che è sempre stata: una città condivisa, raccontata da più punti di vista.
Le poesie – sia italiane che slovene – parlano spesso degli stessi luoghi, degli stessi paesaggi, ma anche dell’“altro”, di chi vive accanto ma appartiene a un’altra cultura. È proprio qui che nasce la vera identità triestina: non in una sola lingua, ma nell’incontro (e a volte nello scontro) tra più mondi.
Gradnik: un poeta di confine
Al centro del libro c’è Alojz Gradnik, ma non nella versione “classica” del poeta sloveno. Qui emerge qualcosa di più sfumato e interessante: un autore che vive tra più identità: slovena, ma anche italiana e friulana
Toroš ci mostra un Gradnik profondamente legato al territorio del Collio e del Carso, alla vita contadina, alle radici familiari. Le sue origini materne friulane e il suo lavoro in zone di confine rendono la sua scrittura ancora più ricca e stratificata. Non è un caso che la sua poesia riesca a parlare di fatica, terra, appartenenza in modo così autentico: è una voce che nasce proprio da quell’incrocio di culture.
Lettere, traduzioni e legami: la storia di “Cara Maria”
Una delle parti più vive e coinvolgenti del libro riguarda il rapporto tra Gradnik e sua cugina Maria Samer. Tra il 1937 e il 1944 si scrivono tantissimo: circa 140 lettere. Non sono solo scambi familiari, ma veri e propri dialoghi culturali.
Maria ha un ruolo fondamentale: è grazie a lei che nasce uno dei primi tentativi di portare Gradnik fuori dal mondo sloveno. Un lavoro prezioso, rimasto in parte incompiuto ma oggi finalmente valorizzato.
Una rete culturale oltre i confini
Il libro racconta anche i contatti di Gradnik con diversi intellettuali italiani, come Luigi Salvini, Umberto Urbani e Dario De Tuoni. Grazie a loro, alcune sue poesie arrivano su riviste italiane già negli anni ’40. Quello che emerge è un mondo culturale molto più connesso di quanto si immagini: anche in tempi difficili, la letteratura riusciva a creare ponti.
Un poeta che guarda lontano
Gradnik non è solo legato al suo territorio. È anche uno dei primi a tradurre in sloveno le poesie di Rabindranath Tagore, segno di una curiosità e di un’apertura internazionale sorprendenti. La sua figura, così, si allarga: da poeta del confine a autore capace di dialogare con il mondo.
Breve biografia di Alojz Gradnik
Alojz Gradnik (1882–1967) è stato uno dei più importanti poeti sloveni del Novecento. Nato nel Collio, da madre friulana, visse sempre in equilibrio tra più culture. Studiò diritto e lavorò come magistrato, ma la sua vera vocazione fu la poesia. Nelle sue opere racconta l’amore, la terra, la sofferenza e l’identità, con uno stile intenso e profondamente lirico. Fu anche un grande traduttore e contribuì a far conoscere in Slovenia autori internazionali come Dante e Tagore.
Una riscoperta necessaria (anche in italiano)
Il lavoro di Ana Toroš è prezioso perché restituisce complessità a una figura spesso semplificata e riporta alla luce una rete culturale transfrontaliera che anticipa molte delle riflessioni contemporanee sull’identità europea.
Allo stesso tempo, emerge chiaramente un’esigenza: una traduzione italiana del volume sarebbe fondamentale, per permettere anche al pubblico italofono di accedere a questa ricerca e riscoprire una parte condivisa – e spesso dimenticata – della storia culturale di Trieste.





