Non appena mi immergo nel buio della sala, con gli occhi ai piedi per trovare la strada, scintilla sotto il mio naso un bicchierino di vodka. Un benvenuto inaspettato quanto gradito. Za zdorovie! Cerco la poltroncina con il numero giusto e mi impilo, come gli altri spettatori. Alzando lo sguardo vedo che la scena è aperta e che anche gli attori sono seduti ai lati del palco, in fila come noi. Al centro una lunga tavola, quella delle feste in giardino. Non avevo capito. La vodka, l’attesa: siamo tutti invitati!

La conferma non tarda ad arrivare. Il tecnico di scena ammicca in mute al pubblico e prende posto alla consolle a vista. Dopo i dovuti e non scontati convenevoli, tutto comincia. La musica libera i personaggi e un caos coreografico riempie il palco di corpi e oggetti. Si lanciano a danzare, a imbandire la tavola e a versare vodka. A versare vodka soprattutto, e sempre e ovunque e in qualsiasi maniera possa venire in mente, fino alla fine, fino all’ultima goccia.

Dentro e fuori, fuori e dentro

Siamo in una casa di campagna. Si riesce a sentirne l’odore, sembra quello degli album fotografici che si sfogliano di rado. Tutto è apparecchiato per una grande occasione, anche le persone e il loro umore. In bilico sull’orlo dei bicchieri scongiurando la catastrofe emotiva.

Una grande vetrata su ruote, incornicia l’azione. Ora come sfondo, poi come riparo, come ostacolo. E quando la veranda a quadratoni di vetro e legno ruota, in un attimo si è fuori o dentro lo spazio della festa.

Così come ci suggerisce l’architettura scenica, uno sguardo va a chi è rimasto dentro, un altro a chi è andato fuori dalla sala da pranzo, dalla propria vita. Giochiamo a rincorrere i personaggi che si rincorrono a loro volta nel presente e nel passato, alla ricerca di un po’ di felicità. Regna l’insana urgenza dell’ebrezza e l’esasperata voglia di essere amati.

Incalzati dal ticchettio di un ordigno a orologeria la festa prosegue e molto si svela e inevitabilmente si complica, ma non senza sprazzi (spruzzi) di comicità distillata. Scivoliamo verso il disastro preannunciato grazie a quel liquido trasparente che bagna la scena, gelido e infuocato. Quel liquido che nelle mani, nelle bocche e sui corpi dei personaggi diviene tutto quello che serve per esprimere quanto non potremmo vedere altrimenti. La rappresentazione di un’intenzione, poetica o spregevole che sia, della sofferenza ma soprattutto del desiderio di felicità.

Platonov

Allo stato liquido

Non ho parlato di chi questo spettacolo lo ha scritto, lo ha pensato o lo ha interpretato perché quello che ho provato ha sovrastato il resto e perché credo che vada visto anche a scatola chiusa, un po’ come andrebbe vissuta la vita, con quella stessa gioiosa incertezza.

Un modo come un altro per dire che la felicità è altrove”, un modo come un altro per dirvi che in fortunati momenti come questo l’altrove è il teatro.

Platonov, fino al 31 marzo alla Sala Bartoli del Teatro Politeama Rossetti di Trieste.

Platonov

Un modo come un altro per dire che la felicità è altrove

da Anton Cechov
uno spettacolo di Il Mulino di Amleto
regia Marco Lorenzi
riscrittura Marco Lorenzi e Lorenzo De Iacovo
con Michele Sinisi
e con Stefano Braschi, Roberta Calia, Yuri D’Agostino, Barbara Mazzi,
Raffaele Musella, Rebecca Rossetti, Angelo Maria Tronca
produzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale, TPE – Teatro Piemonte Europa,
Festival delle Colline Torinesi – Torino Creazione Contemporanea
con il sostegno di La Corte Ospitale- Progetto Residenziale 2018
in collaborazione con Viartisti per la residenza al Parco Culturale Le Serre
si ringrazia lo sponsor Antica Distilleria Quaglia

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Appassionata di tutto e del suo opposto. Ama il teatro e il cinema, cucinare e mangiare, viaggiare e stare a casa a leggere. E ancora: architettura e arte, antichità e contemporaneità, con il cuore a oriente, la mente ad occidente e l’antropologia per cucire insieme tutte queste storie d’amore.
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