Aprire la stagione con La bottega del caffè non è mai una scelta neutra. Farlo nella città dove all’ingresso troneggia la scritta “la città del caffè” è un gesto da giocatore di poker. Ma è soprattutto un ritorno a una delle radici più solide del teatro europeo: Carlo Goldoni, l’uomo che tolse la maschera alla commedia e portò in scena persone vere, con le loro contraddizioni, fragilità e vanità quotidiane.

Lo Stabile Sloveno di Trieste affida il compito al regista polacco Janusz Kica, che ha dichiarato di voler esplorare “il confronto tra due mondi: la facciata piccolo-borghese delle virtù e il desiderio di liberarsi dalle convenzioni sociali”. Intento nobile, e sulla carta perfettamente in linea con la poetica goldoniana.

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La regia di Kica, però, si muove dentro una scena ampia e quasi spoglia, dove gli attori — bravissimi, va detto — sembrano avere fin troppo spazio a disposizione. Il movimento incessante, le corse avanti e indietro, i tavoli spostati e rispostati, finiscono per creare un effetto di concitazione un po’ caotica, che a tratti rende difficile seguire la direzione del racconto. L’impressione è che quella libertà fisica concessa al cast non sempre trovi una traduzione coerente nel ritmo o nel disegno scenico.

Nemmeno le musiche di Tamara Obrovac, per quanto raffinate, riescono a cucire il tutto in modo organico: belle prese singolarmente, ma di difficile lettura all’interno dello spettacolo. E un vero peccato è la scarsa cura nei sovrattitoli in italiano, spesso poco comprensibili e grammaticalmente traballanti — un dettaglio che, in un contesto triestino così naturalmente bilingue, stona più del necessario.

Dove invece lo spettacolo trova la sua forza è nella compagnia.
Un cast “stellare”, come da presentazione, e non a torto. Alojz Svete dà a Ridolfo un’eleganza discreta, Aleš Valič è un Don Marzio irresistibilmente ruspante, Nikla Petruška Panizon regala a Vittoria una passione e una presenza scenica magnetiche. E tra tutti, Francesco Borchi nei panni di Trappola ruba più di una risata — tanto che non sarebbe male immaginare per lui uno spin-off tutto suo, magari in una futura Trappola al caffè.

Nel complesso, La bottega del caffè di Kica è uno spettacolo generoso e vivace, che fa leva sulla bravura degli interpreti e sulla forza intramontabile del testo goldoniano, ma che paga un certo disordine nella costruzione scenica. Resta comunque un debutto di stagione energico, con quel misto di entusiasmo e imperfezione che accompagna ogni nuovo inizio.
Un caffè, pardon “un nero”, dal sapore deciso — anche se forse servito in una tazza un po’ troppo grande.

photo Luca Quaia

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