An Istant Out of Time è il titolo della mostra dedicata al fotografo romano Fabio Lovino, un evento promosso da Zetema progetto cultura e da Officine International presso la nuova sede espositiva del litorale laziale  Expostia.

Lovino è uno dei fotografi che ha raccontato attraverso i suoi scatti il mondo del cinema e della musica. I suoi ritratti indagano l’anima di chi immortala, sono testimonianze visive di grandi artisti del nostro tempo. Qualche giorno fa ho incontrato Fabio Lovino nel suo studio a Roma, la sua preparazione storico artistica e il suo grande amore per la musica sono le caratteristiche peculiari che si intrecciano nel suo lavoro; Lovino ha approfondito le tematiche che riguardano la fotografia contemporanea narrandomi con passione gli incontri fondamentali della sua vita e le esperienze che hanno segnato in modo profondo il suo lavoro.

Fabio vorrei iniziare a parlare del percorso che hai affrontato per giungere alla fotografia, quali sono stai i tuoi esordi?

A 16 anni ho comprato la mia prima macchina fotografica che ancora oggi custodisco, una Yashica che poteva montare delle lenti Zeiss, accessori che all’epoca non potevo permettermi di acquistare. Durante gli anni del liceo mi divertivo a fotografare i miei amici, comprai un ingranditore e iniziai anche a sviluppare le foto. Successivamente mi sono iscritto all’università dove frequentavo la facoltà di statistica e cercavo di comprare l’attrezzatura fotografica grazie a piccoli lavori. Il fattore portante della mia formazione lo devo a mio padre e alla sua collezione di dischi e di libri di storia dell’arte. La musica e le immagini storico artistiche mi hanno molto influenzato. Ricordo ad esempio la grande passione per la pittura fiamminga e per Caravaggio non tralasciando comunque tutta l’arte contemporanea.

Il tuo accenno all’arte fiamminga credo non sia una casualità, i fiamminghi sono stati i primi pittori a guardare “ fuori dalla finestra”, credo fermamente che il loro amore per i dettagli e per una costante minuzia verso il particolare siano caratteristiche facilmente applicabili alla fotografia…

Qualche anno fa fui invitato da Lucio Dalla a tenere delle lezioni nell’ambito di un master in comunicazione organizzato dall’università di Urbino. Lucio era un caro amico e si appassionò al mio lavoro, durante il corso approfondii come la fotografia e il cinema avevano rivoluzionato il concetto stesso di comunicazione. Nel corso di una lezione mi capitò di proiettare agli studenti delle foto di soldati italiani e francesi impegnati nella campagna russa. Le loro figure immerse nella neve ricordavano molto  alcuni dipinti fiamminghi; quattrocento anni dopo, a totale insaputa di quei fotografi, quelle immagini ricreavano la medesima impostazione pittorica. Con questo episodio vorrei spiegare quanto è fondamentale per un fotografo studiare storia dell’arte, è qualcosa di imprescindibile proprio perché è partito tutto da lì.

Fabio vorrei analizzare le tue fonti d’ispirazione, quali sono stati gli artisti e i fotografi che ti hanno influenzato?

I corpi armoniosi di Klimt, di Modigliani, di Ingres costruiscono una narrazione dentro di me. Quando scatto una foto mi rendo conto di rielaborare delle cose che ho in mente, che sono frutto della mia educazione visiva. La fotografia ha rivoluzionato la pittura, gli artisti rappresentavano la realtà a modo loro, invece, ad un certo punto, si ritrovarono a doversi confrontare con un meccanismo che riproduceva la realtà così come i loro occhi la percepivano. Inizia così l’arte contemporanea che partendo dall’astrattismo ha rivisitato il concetto stesso di reale.

Per quanto riguarda i maestri della fotografia amo in particolar modo i lavori di Irving Penn, di Richard Avedon, passando per gli scatti di Albert Watson e David Bailey, senza tralasciare i lavori di Sarah Moon, una grande artista.

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Mi hai raccontato che i tuoi primi approcci con la fotografia sono iniziati anche attraverso lo sviluppo dei tuoi negativi, come hai vissuto il passaggio verso l’era digitale?

Tempo fa incontrai Elliott Erwitt che mi disse quanto si riteneva fortunato a vivere questo passaggio dall’analogico al digitale. Secondo me non è cambiato nulla, sono cambiati i materiali, le pellicole ormai stanno svanendo.

Il modo di fare le foto però è lo stesso, anzi oggi più di prima bisogna conoscere la luce. C’è una cosa che dico sempre, la fotografia necessita di tre elementi: il fotografo, la persona che viene fotografata e la luce. La luce è fondamentale, come imprescindibile era il suo ruolo durante tutta la storia dell’arte. Purtroppo a causa di un impoverimento editoriale non è più richiesta la qualità, molte persone si prestano alla fotografia senza avere gli adeguati strumenti tecnici.

Il digitale non mi ha creato problemi, l’unico problema reale risiede nel tempo che serve per l’editing di un’immagine. In passato avevi a disposizione un tot di negativi da cui sceglievi in media dieci foto da pubblicare, oggi scegliere è un processo molto complicato, si scattano tantissime foto di conseguenza decidere diviene più difficile.

Luigi Ghirri, uno dei grandi maestri della fotografia italiana, afferma che “cinquecento anni fa una persona normale vedeva nella sua vita forse cinquecento immagini, quelle che vediamo oggi nell’arco di una giornata…” Ghirri condivide questo pensiero in un momento storico dove esisteva la televisione ma ancora non era esploso il fenomeno di internet e dei social network, cosa pensi in merito a questa ossessione per l’immagine e alla sua capillare diffusione?

Io credo che si debba parlare di inflazione dell’immagine e della sua conseguente condivisione massificata. Ghirri è stato un grande maestro alla pari di Gabriele Basilico, purtroppo recentemente scomparso. Non possiedo una televisione per difendermi, penso che le immagini trasmesse dalle emittenti televisive creino solo disinformazione, non esiste nessun tipo di approfondimento, come del resto è scomparso approfondimento anche nella carta stampata. Magazine come Life, l’Europeo non esistono più, questo è il segno di una totale mancanza di tempo. Io non parlerei di ossessione per l’immagine ma di una sua inflazione, sui social network tutto viene digerito in modo rapido, tanto velocemente da non lasciare spazio alla riflessione.

Wim Wenders qualche tempo fa mi disse che questa sovraesposizione di immagini ci ha tolto la curiosità e la sorpresa del viaggio. La massificazione del turismo ha permesso a tutti di conoscere già in partenza cosa vedranno in quel determinato luogo. Non esiste più alcun tipo di sorpresa perché si è letteralmente schiacciati dalle infinite immagini a cui siamo quotidianamente sottoposti. Quando sono con mio figlio riscopro quella purezza d’approccio che abbiamo perso.

In questo senso sono particolarmente legato ad una foto che ho scattato in India, ritrae dei cadetti dinnanzi al mare. Quegli uomini osservano il mare con una curiosità e con un amore tale che sembra sia la prima volta che si trovano davanti quello scenario. Il loro sguardo è puro, senza alcun tipo di retorica.

Fabio in conclusione ho due curiosità che vorrei chiederti: la prima riguarda i soggetti delle tue foto, quali tra i tanti personaggi che hai ritratto ti ha dato maggior soddisfazione? E poi vorrei sapere quale attore o musicista desideri immortalare?

Quando fotografi una persona devi un po’ innamorarti di chi hai davanti, è come se scattasse una sorta di transfert. Per fare un ritratto bisogna entrare nell’anima della persona con cui stai lavorando. L’attrice con cui ho la fortuna di lavorare da venti anni, la prima foto la scattai nel ’91, è Tilda Swinton. Il suo viso è senza epoca, credo sia una delle più belle donne al mondo. La sua bellezza è aristocratica, forse molto difficile da apprezzare. Ogni volta con Tilda è una scoperta.

Rimanendo in Italia ho un bellissimo rapporto con Claudia Pandolfi, Claudio Santamaria, Pierfrancesco Favino, Carolina Crescentini e con i Momix. Amo molto fotografare la danza e spesso ricreo nei miei scatti un immaginario circense, un po’ felliniano. Una volta all’anno ci ritroviamo tutti insieme e diamo vita alle nostre fantasie proponendo nelle foto questi immaginari cinematografici.

Sul versante musicale una grande complicità si è instaurata con Mark Knopfler e Morrissey. Quando Morrissey abitava a Roma andavamo spesso in giro per la città alla ricerca dei luoghi d’ispirazione pasoliniana, sono dei ricordi che porto sempre con me.

Se dovessi scegliere un personaggio da fotografare sceglierei senza dubbio Bob Dylan, la musica per me è un luogo affascinante e la meraviglia di aver lavorato con musicisti come B.B. King e con Van Morrison è qualcosa di indelebile.

 

INFORMAZIONI TECNICHE

AN ISTANT OUT OF TIME

Dal 23 marzo al 16 giugno 2013

Chiuso il lunedì

Spazio polivalente EXPOSTIA

Corso Duca di Genova 22, Ostia

Orari: dal martedì alla domenica 10.00 -18.00

Ingresso gratuito

Info: 060608

www.expostia.it

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