Uno dei capolavori della drammaturgia americana del 900 era in scena al Quirino: sarebbe dovuto esserlo fino al 15 marzo, ma ora chi vorrà recuperarlo dovrà aspettare ottobre. L’importante è non perderlo! Tennessee Williams raggiunge qui il meglio della sua scrittura matura, consacrata sopratutto dalla filmografia hollywoodiana grazie al film di Elia Kazan, con Vivien Leigh e Marlon Brando. Si tratta di una vicenda di solitudine e incapacità di vivere che ancora oggi emoziona e commuove, toccando i temi delicati della giovinezza perduta, dell’omosessualità e della complessa brutalità del desiderio sessuale.

All’epoca fu un successo e così è stato anche in questo allestimento di Pier Luigi Pizzi che gode di una scenografia impeccabile, funzionale, sebbene a tratti troppo moderna, grigia e spoglia da sembrare più un loft contemporaneo e meno un appartamentino degli anni ’40. Le luci di Luigi Ascione aiutano a cambiarne le fattezze a seconda del momento drammatico, ma sono più efficaci dall’esterno. Penetrano dalle grandi finestre e danno un’idea chiara del tempo che trascorre e dell’ora del giorno, ma risultano meno adatte ad assecondare il gioco seduttivo di Blanche basato sulla penombra come metafora di fuga dalla crudezza della verità, di cui il paralume cinese in carta di riso è l’emblema, qui decisamente deludente.

Al contrario, le musiche di Matteo D’Amico, adeguatamente contemporanee persino nelle citazioni più ardite e, a tratti, evocative e piene di suspense, come un film di Hitchcock, sono sembrate perfettamente adatte nella scansione dei quadri del dramma, il cui taglio cinematografico è stato favorito dalla scelta di non lasciare neppure un piccolo intervallo al pubblico.

La regia di Pizzi segue il testo di Williams, senza scossoni, senza sorprese, facendo sì che i personaggi, più o meno fluidamente, si trovino nel posto giusto al momento giusto. Questo non guasta, perché l’intellettualismo senza senso a volte rischia di rovinare anche il testo perfetto, per cui è preferibile un taglio più tradizionalista. 

La rivelazione della serata è stato Daniele Pecci che ha dato corpo, voce e modi ineducati al suo Stanley Kowalski. Non ha puntato sulla sua indubbia bellezza, né si è attardato in astrazioni metafisiche: il suo personaggio è brutale e immediato, non teme il confronto con i suoi predecessori perché ha scelto una sua strada, in bilico fra modernità e tradizione, e ha vinto la sua sfida. Differente è il discorso per la Blanche Du Bois che Mariangela D’Abbraccio incarna con perfetto equilibrio anche nei momenti più stranianti. Al contrario di tutta la compagnia, la sua interpretazione è interamente calata nello stile del dramma, non è moderna, senza che ciò sia un difetto.

In fondo Un tram che si chiama desiderio è basato su una storia che nella nostra contemporaneità non avrebbe senso né in termini di conflitto né in termini di espressività. Non che Williams non parli in chiave universale – i dolori dell’anima dei suoi personaggi sono vivi ancora oggi – ma il modo in cui sono espressi hanno bisogno di un filtro, di una cornice che ne accenda vividamente i tratti più tipici. E in questo Mariangela D’Abbraccio è maestra, rubando accenti e gestualità al passato, ma dando al pubblico l’idea di vitalità e arte. Anche lei è una trionfatrice della serata, senza perdere mai un momento il controllo eppure evocando la follia di Blanche con reale sofferenza.

Accanto a loro, tutti gli altri appaiono fin troppo moderni sia nell’atteggiamento sia nel modo di “porgere” la battuta, tanto da sembrare solo superficialmente abbozzati e non personaggi reali. Tuttavia, è doveroso premiare fra tutti la spontaneità di Angela Ciaburri, una giovane Stella Kowalski piena di potenzialità, e l’Harold Mitchell di Stefano Scandaletti, che regala un tocco di malinconia di grande classe, pur nella limitatezza della parte. Gli altri completano il quadro.

Una curiosità: Jessica Tandy fu la prima Blanche nell’allestimento teatrale americano di Un tram che si chiama desiderio . Per la versione cinematografica le fu preferita Vivien Leigh che ottenne così un Oscar e la coppa Volpi. Williams però preferiva la Tandy: se avete curiosità, qui sotto potete ascoltare un breve assaggio di quel mitico primo allestimento in un podcast radiofonico.

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Chi sono
Appassionato di musica e teatro da sempre tanto da laurearsi sia nell’una che nell’altra disciplina, ha però affiancato agli studi musicali e sulla vocalità esperienze di lavoro in diversi ambiti: editoria, scuola, conservazione e catalogazione, management, comunicazione, organizzazione eventi, istituti finanziari, no-profit. Ancora non sa quale sarà il suo futuro, ma ama lo yoga, i viaggi e la buona cucina.
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