“Si tolga il cappello, i giurati vogliono vederla in faccia!”

È così che inizia il dramma di una donna, di una vita intera che si scioglie come neve al sole: Jezabel. Tratto dall’omonimo romanzo di Irène Némirowsky, è Paolo Valerio a prendere l’onore/onere di curare la regia di questo testo morboso e maledetto.

La scena si apre e ci si sente smarriti in una foresta ma in realtà è un cupo tribunale. È Gladys Eysenach (Elena Ghlaurov) ad essere processata per omicidio premeditato e condannata a cinque anni. Ha ucciso il suo amante di appena vent’anni, Bernard Martin. È una donna ormai in declino.

Lei, Jezabel, avvenente, femme fatale, sempre desiderata e venerata… uccide. Uccide per un folle terrore, un ricatto che esaspera le menzogne e omissioni su cui ha basato la sua vita e alla fine si scopre sola, indegna, assassina.

È una plurima assassina perché il suo egocentrismo ha fatto morire idee, speranze e sì, passioni.

Attraverso i suoi occhi viviamo una psicosi, una nevrosi che peggiora anno dopo anno. La vecchiaia incombe e lei non può farsi sopraffare dalla morte, dai seni svuotati, dalla pelle che giorno dopo giorno si decompone sempre più.

È amata ma non ama, è adorata e non adora, la generosità le è sconosciuta e può scardinare tutto solo grazie al “dio danaro” che è forse l’unico amico che ha. Lo possiede come possiede i sentimenti di tutti i suoi amanti che uno dopo l’altro cadono, cessano la loro esistenza portando così all’esasperazione una donna che fugge dalla morte ma che ha evidentemente fatto innamorare di sé anche lei.

Essenziali i personaggi che le ruotano attorno, brevemente o a lungo, vivi o morti. Oltre ai numerosi amanti troviamo le “amiche” in una società corrotta, la fedele Flora, la figlia, parenti e ancora amanti.

È accusata di aver tradito, il giudice insinua fosse una sua pratica usuale mentre lei vuole solamente la completa devozione dall’uomo, è gelosa fino al midollo, pretende una fedeltà malata. Ma non vuole sposarsi. No, troppo rischioso perdere la sua libertà (troppo rischioso svelare i suoi anni ammettendo di esser sfiorita ormai da tempo).

Questa tragedia personale è la sconfitta di una donna che era vecchia fin dalla giovinezza, che è stata usata e da vittima è divenuta carnefice, non ha più un futuro e ormai nemmeno più un passato.

L’adattamento è esemplare, si serve di musiche dal vivo e di una scenografia che diventa personaggio stesso dello spettacolo, ogni luogo diventa simbolo di un pezzo di vita e sarà lei stessa a vacillare mentre la scena stessa viene demolita.

Gli artisti in scena sono impeccabili e portano delle realtà spaventose, la morte sul fronte, l’aborto… questi attori si trasformano, recitano portando gloria ad ogni sfaccettatura del verbo, sono nudi davanti a noi e contemporaneamente sono bardati della corazza più spessa.

È doveroso citare i loro nomi: oltre alla magnetica Elena Ghlaurov troviamo Roberto Petruzzelli, Leonardo de Colle, Francesca Botti, Sara Drago (performace davvero immensa, senza toglier nulla ad ogni altro membro del gruppo), Giulia Odetto e Jozef Gjura.

Sarà in scena fino al 9 febbraio al Politeama Rossetti di Trieste e porta tormento ma è questa parte della sua bellezza. Non perdetelo!

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