Videocracy – Basta apparire, il documentario cult di Erik Gandini, è finalmente disponibile su Netflix Italia. Un occasione per esplorare uno dei prodotti più lucidi e controversi mai realizzati sul rapporto tra potere, media e televisione commerciale in Italia. Uscito nel 2009, fece molto parlare di sé. Quando uscì, il trailer venne addirittura rifiutato dalla TV pubblica italiana. Oggi, rivisto a posteriori, è ancora più potente e profetico.

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Di cosa parla Videocracy

Ambientato nell’Italia degli anni del berlusconismo, Videocracy analizza come la televisione commerciale, i reality e il culto dell’immagine abbiano trasformato la cultura italiana, modificando percezioni, comportamenti sociali e persino dinamiche politiche. Gandini racconta un Paese in cui il successo è legato alla visibilità a ogni costo, seguendo figure simboliche come:

  • Lele Mora, il potente agente dello spettacolo
  • Fabrizio Corona, l’archetipo dell’“uomo immagine” disposto a tutto per monetizzare la notorietà
  • aspiranti starlette e ragazzi sedotti dall’illusione del successo televisivo

Lungi dall’essere un semplice reportage, Videocracy è un’analisi sociologica che mostra come la televisione abbia modellato un immaginario nazionale, trasformando il desiderio di apparire in una forma di potere.


Perché guardare Videocracy

Guardare Videocracy oggi non significa solo fare un tuffo nel passato recente dell’Italia. Vuol dire osservare l’origine di dinamiche che oggi viviamo quotidianamente. Prima che Instagram o TikTok esistessero, Gandini aveva già colto la nascita di un sistema basato su visibilità, immagine, gossip e potere mediatico.

Il documentario mostra come la televisione commerciale non si limitasse a intrattenere, ma creasse un immaginario di aspirazioni, modelli e gerarchie influenzando il clima politico dell’epoca.

Se il recente documentario su Corona si concentra sulla figura di un singolo personaggio, Videocracy racconta invece l’intero sistema che rende possibile la nascita di personaggi come lui.

In tutto ciò Gandini non cerca il sensazionalismo: analizza la macchina, mostra le connessioni, svela il backstage del potere mediatico. E ci regala un racconto più ampio, più profondo e più utile per comprendere come siamo arrivati al presente.

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