“Vojo tornà a casa”: la potenza dell’espressione universale di Ricci/Forte

981

Si aspetta il proprio turno per entrare dentro uno spazio neutro, bianco, trasparente, dove cinque persone eseguono movimenti sincronici con un pettine in mano. Ci accompagnano e ci separano, tutti sparsi attorno alla stanza, addossati alle pareti, sconosciuti fra sconosciuti, poi chiudono le porte.

Mi torna alla mente Marco de Marinis che ripropone l’ipotesi di un ripensamento della drammaturgia scenica come risultante dell’interazione fra tre diverse scritture: la drammatica, la scenica e la performativa. Lo fa in un saggio del volume “La regia in Italia, oggi” a cura di Claudio Longhi.

È stata una lettura causale, ma assolutamente illuminante per entrare con altri occhi nel “fenomeno” Ricci/Forte.

Soprattutto l’ipotesi di una scrittura performativa come “operatore o dispositivo di destrutturazione” degli altri due livelli. Cito quasi testualmente e invito a leggerlo per intero se si assiste a La ramificazione del pidocchio.

La questione registica, il suo ruolo nella produzione teatrale, è al centro di gran parte della riflessione teorico-critica sul teatro del 900. Dove inizi e dove debba terminare il ruolo di un singolo o di un team creativo rispetto al testo, al luogo, agli interpreti, ai suoni, agli apparati scenici è un rompicapo che, per lo spettatore, può sembrare quasi inutile, certamente cervellotico.

Perché ?

Eppure se ci si avvicina ad un certo tipo di teatro, quello che trasforma il pubblico in un osservatore scomodo, in piedi, ad un angolo, immobile o partecipe che sia, non si può non ragionare sul questo ruolo. È allora necessario domandarsi: perché mi tolgono la poltrona, il sipario, il palco, lo spazio rassicurante della divisione e mi piazzano qui? Perché sto dentro l’evento e non posso solo guardarlo? Perché non ho una singola visione, ma una pluralità e posso scegliere io, proprio io, dove e chi guardare? Perché io, che pago, che scelgo di partecipare devo diventare anche oggetto di chi agisce, di chi ha ideato? Domande su domande che accendono la mente, e intanto il tempo scorre, le azioni proseguono e ognuno di noi è lì dentro. Claustrofobicamente vicino all’azione. Senza via d’uscita.

Il titolo prende spunto da un frammento del Petrolio pasoliniano.

Ma l’universo contenutistico di questo intellettuale non si limita a questo: lo sport, la sessualità, la denuncia quasi asettica delle violenze che lo stesso potere politico mette in atto su un popolo la cui purezza è confermata, quasi, dalla condizione di non conoscenza.

Infine la corruzione del benessere che esplode, si riversa con violenza – la stessa violenza dell’espressione che gli interpreti concentrano in ogni gesto – su tutti, senza eccezioni. Attraverso il linguaggio, la violenza fisica, le bombe.

È una metafora? È una performance? È uno spettacolo? La teorizzazione si affatica a stare dietro al libero fluire. Le parole, gli atti, persino la musica, che passa dall’Aria del freddo di Purcell a Mina, sono flusso temporale sugli increduli ed emozionati astanti, alcuni vittime fortunate dell’attenzione dei cinque eccezionali interpreti.

La parola “interprete” è poi di per sé limitante.

Le tre donne e i due uomini, cui l’abito sembra voler togliere ogni connotazione sessuale, sono essi stessi espressione. Ogni virgola emotiva, ogni difetto è parola, è atto, si manifesta e ti colpisce.

Ti guardano, ti toccano, ti sfidano, ti commuovono, ti umiliano, ti sconvolgono e poi ti accompagnano verso l’uscita lasciandoti una biglia di vetro o un baciamano, perché ti resti qualcosa di tangibile. Ognuno dei presenti è turbato, in qualche modo, rigido, titubante.

Tutti “c’avemo voja de tornà a casa”.

Il grido, anch’esso pasoliniano, che chiude il circolo perfetto della performance, è lo stesso di ogni singolo osservatore, cui manca il coraggio per esprimerlo. Ognuno di noi vorrebbe tornare a casa da quel luogo chiuso, asettico e tortuoso da cui possiamo solo guardare fuori, senza mai esserne partecipi.

Se sia poi critica alla società dei consumi, alla incapacità di vivere, o semplice – si fa per dire – provocazione artistica, ogni individuo dovrà giudicarlo con la propria coscienza. Anche a questo serve il teatro: a ritrovare la coscienza.

Di RICCI/FORTE, La ramificazione del pidocchio (hommage à Pier Paolo Pasolini) è nel programma di “Short Theatre” nella meeting room de La pelanda.

drammaturgia | ricci/forte

con | Giuseppe Sartori, Simon Waldvogel, Anna Gualdo, Liliana Laera, Ramona Genna

movimenti | Marta Bevilacqua

assistenti regia | Liliana Laera, Ramona Genna

direzione tecnica | Danilo Quattrociocchi

regia | Stefano Ricci

produzione | ricci/forte

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.