Ho sempre creduto che in seno alla Germania esista un sentiero dedito al romanticismo. L’ho visto in certi studi preparatori di Dürer, in alcuni paesaggi verticali di Friedrich, nell’Inno alla Gioia di Schiller, quello stesso sentiero l’ho percepito nei film di Wim Wenders, nella nostalgia di Marion che ricorda come il tempo possa guarire ogni cicatrice o nella metropolitana di Tokyo dove il regista tedesco narra un Giappone immaginato, invisibile, in cui si innescano molteplici contraddizioni.

Lo scorso 23 ottobre Wenders ha incontrato il pubblico di Roma in un coinvolgente dibattito presentato al Maxxi da Achille Bonito Oliva.

Il regista ha sondato le diverse matrici estetiche del suo lavoro, ponendo l’accento in particolar modo sulla sua attività di fotografo che lo vede protagonista di una interessante mostra in programma questi giorni alla Villa Pignatelli di Napoli.

Negli scatti di Wenders l’assenza appare il centro focale della sua visione: il regista ha sottolineato come nelle sue immagini non vi sia presenza di uomini, è la ricerca pura del paesaggio l’interesse predominante, paesaggi in cui vi è la necessità di “rivolgersi verso l’interno, di tirar fuori il non visibile e trasformarlo in fotografia, fino a percepire l’assenza del mezzo fotografico o del fotografo stesso”.

Nelle parole di Wenders ho rintracciato il dogma prefissato da Luigi Ghirri, quella volontà di pensare per immagini che è l’essenza intrinseca di uno scatto, la natura edificante di un concetto che viene immortalato nell’obiettivo di una macchina fotografica.

Wenders si definisce un architetto, i suoi film sono il frutto di un processo ingegneristico laddove costruire una pellicola vuol dire in prima istanza porre le basi di un edificio, mettere le pietre che daranno supporto alla creazione. Il procedimento fotografico, invece, non necessita di questo, la pietra è la rappresentazione dell’immagine, non vi è bisogno di nessun altra sovrastruttura.

Wenders non ritrae persone, il suo concetto di fotogenia è un elemento cardine per individuare il senso estetico del suo processo creativo. Roma, secondo il regista, è una città poco fotogenica, difficile da immortalare a causa dell’inflazione del suo immaginario visivo e per via dell’assenza di quell’alone di mistero che rende una città inaccessibile, segreta, chiusa agli occhi di chi non sa guardare.

Toccante il ricordo di Michelangelo Antonioni, un uomo che non parlava ma che dirigeva i suoi attori e la sua troupe soltanto attraverso la sua volontà ed aveva l’incredibile capacità di realizzare film che concepiva nella sua mente.

Durante il talk sono riuscita a porre una domanda a Wenders, la mia urgenza era capire quanto Ghirri abbia rappresentato nell’educazione visiva del regista di Berlino, quanto quell’incontro ne abbia cambiato l’espressione linguistica.

Maestro vorrei togliermi una curiosità, vorrei sapere se ha conosciuto Luigi Ghirri e capire quanto la fotografia di questo grande artista abbia influenzato il suo immaginario fotografico.

Ho incontrato Luigi Ghirri all’inizio della mia carriera, ci presentò Lucio Dalla. Feci vedere a Ghirri i miei scatti e mi incoraggiò a continuare, in quell’occasione mi fece dono di una sua foto, mi donò lo scatto di Versailles, all’epoca non riuscii a ricambiare subito il regalo, lo feci qualche tempo dopo.

Quell’immagine di Versailles la custodisco sulla mia scrivania, la vedo ogni giorno ed ogni giorno mi chiedo: “le persone ritratte da Ghirri sono lì perché le ha volute lui, come se avesse creato una sorta di coreografia, rispondono alla sua volontà?”

Questa domanda rimane per me ancora un mistero, allora, mi dica, lei sa rispondermi?

 

 

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