In scena nei giorni scorsi al Teatro Gioiello di Torino, Milena Vukotic nei panni dell’arzilla Miss Daisy Werthan, una ricca maestra ebrea in pensione, nell’adattamento italiano di “A spasso con Daisy”, testo di Alfred Uhry, vincitore del Premio Pulitzer per la Drammaturgia nel 1988.

La storia di un legame che evolve nel tempo (tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Settanta) tra un’anziana signora ebrea e il suo autista di colore analfabeta, anche lui non più giovane, non racconta il razzismo nell’America del secondo dopoguerra, bensì una profonda amicizia, che stimola il pubblico alla riflessione sulle disuguaglianze sociali dell’epoca.

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L’adattamento italiano di Mario Scaletta ha dunque il pregio di affrontare temi importanti – e non sempre leggeri – senza mai abbandonare i toni della commedia.  E il ruolo di Daisy – una donna diretta, scontrosa e meravigliosamente avara – sembra adattarsi a pennello all’interpretazione spigliata, elegante e pungente di Milena Vukotic.

La tagliente e inesauribile parlantina di Salvatore Marino (Hoke) denota padronanza della necessaria ironia per costruire un rapporto che, attraverso battibecchi quotidiani, supera la diffidenza iniziale e la differenza di classe, evolvendo in un profondo affetto reciproco, come dimostra la scena finale nella casa di riposo.

Maximilian Nisi compie un interessante lavoro sul personaggio di Boolie Werthan, da una doppia prospettiva: come testimone esterno del legame che gradualmente si instaura tra i due protagonisti, risulta il personaggio più leggero e spensierato (ma mai sopra le righe, nonostante abbia a che fare impossibile da gestire); da un punto di vista narrativo, a offrire al pubblico la percezione del tempo che passa sono non solo le melodie e le notizie diffuse attraverso la radio, ma soprattutto i suoi cambi – spesso repentini – di look.

La scenografia di Fabiana Di Marco è efficace nella sua semplicità: una semplice sedia di vimini, infatti, può diventare il sedile di una Hudson o di una Cadillac e il resto della carrozzeria è possibile immaginarsela grazie all’impiego di una elementare pedana in legno.

Il regista Guglielmo Ferro si accosta in punta di piedi a questo “testo per attori”: il risultato è uno spettacolo elegante, schietto, che si presta a una tenera riflessione su temi universali.

Foto di scena di Luigi Cerati

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