“L’arte, qualsiasi arte, non esiste in un vuoto siderale, ma è tessuta in una fibra culturale in cui il colore vira con il passare delle generazioni”.

 

(foto: Stéphane Barbery
foto: Stéphane Barbery

Le parole di Diego Pellecchia protagonista di questa intervista svelano, attraverso un approccio personalissimo, la genesi del suo percorso di vita unico e particolare volto  allo studio e alla infinita scoperta di un mondo antichissimo e rituale come quello dell’arte teatrale giapponese del Noh.
Italiano di nascita ma Giapponese d’adozione, Diego Pellecchia è un uomo dall’intelletto vibrante che ha fatto della sua passione una vera ragione di vita.
Nel 2006 in seguito al conseguimento di una laurea in Lingue e Letterature Straniere viene in contatto con una istruttrice e regista di teatro Noh che lo coinvolge in lezioni di canto e danza proprie di questa forma artistica attraverso cui Diego sperimenta l’esistenza di un luogo “altro”, in cui disciplina e precisione ne costituiscono il timbro caratterizzante.
Completamente conquistato ed affascinato dallo studio del Noh negli anni successivi si reca più volte in Giappone dove a Kyoto conosce il grande  maestro attore della scuola Kongo Udaka Michishige che lo accoglie come allievo presso di lui, segnando in questo modo un nuovo capitolo della vita di Diego: uno “straniero” che con estrema sensibilità e rispetto entra in punta di piedi in un mondo a suo modo ancora chiuso e profondamente radicato nelle proprie tradizioni.
Il teatro Noh infatti rappresenta una delle pochissime forme d’arte al mondo tramandata di generazione in generazione, da padre a figlio, da maestro a discepolo nel corso di più 650 anni. Pur conservando quasi immutata la sua forma fondamentale questa arte teatrale si insegna tutt’oggi  in Giappone ma con l’inclinazione ad accogliere, diversamente che nel passato, la presenza di alunni stranieri permettendo in questo modo all’arte del Noh di misurarsi con la modificata realtà contemporanea in una  dinamica commistione tra tradizione ed innovazione.
Il mutare della fibra culturale di cui ci parla Diego, nell’estratto della sua intervista, si  racchiude in questo possibile dialogo interculturale, una sintesi fra visioni e mondi profondamente dissimili che mediante una contaminazione stilistica segnano un percorso inedito e rinnovato in cui l’esperienza di Diego si genera.
Un’esperienza che lo ha portato, lo scorso 2012, a trasferirsi stabilmente a Kyoto impegnato come ricercatore presso l’Università Ritsumeikan grazie ad una borsa di studio offerta dalla Japan Foundation che ne sponsorizza la ricerca sul Noh.
Ho avuto il grande piacere di incontrare Diego lo scorso settembre durante un mio viaggio in Giappone. Dopo aver assistito in sua compagnia, e sotto la sua generosa guida, ad una rappresentazione teatrale al Kongo Nohgakudo di Kyoto ed aver avuto la possibilità di approfondire insieme alcune dinamiche legate a questa originale forma d’arte è nata in me l’esigenza di realizzare questa intervista che svela una scelta di vita originale e profonda volta ad esplorare la natura stessa dell’io e del valore intrinseco sprigionato dall’unicità di ogni singolo essere umano.

Diego per cominciare vorrei mi raccontassi come è iniziata questa avventura. Frequenti il  Giappone dal 2007 e nel 2012 ti sei trasferito a Kyoto, quali sono le motivazioni che ti hanno portato a cambiare in modo così radicale la tua vita?

Nel 2006, grazie a una tesi di laurea in Lingue e Letterature Straniere svolta su Trono di Sangue, un film di Akira Kurosawa del 1957 tratto da Macbeth, ma influenzato dalle tecniche del teatro Noh, conosco Monique Arnaud, istruttrice di teatro Noh e regista teatrale, attualmente ricercatrice nel dipartimento di arti visive e dello spettacolo dell’Università IUAV di Venezia. Inizialmente avrei voluto intervistare Monique, la quale invece mi mette subito di fronte alla pratica. Si tratta di lezioni di canto e danza Noh, che si svolgono presso la sua residenza privata a Milano, un appartamento nel quale, a parte la grande quantità di libri giapponesi, ha pochi segni che rimandano al Giappone. Niente maschere appese, maniche di kimono, incensi o paraventi. Solo poche persone in tuta da ginnastica, in una stanza con un grande specchio sul fondo, che passano i fine settimana confrontandosi nelle due espressioni essenziali del corpo: la voce e il movimento. Innanzitutto, un reciproco inchino, per segnalare il distacco dalla quotidianità e l’ingresso in uno spazio fisico e mentale nel quale avviene la trasmissione di una conoscenza da corpo a corpo, senza la mediazione di testi o manuali. Durante la lezione l’allievo cerca di imitare il maestro senza ricevere spiegazioni logiche, ma piuttosto immagini che aiutano a visualizzare le meccaniche di gesti che possono sembrare semplici, ma che si rivelano essere di difficile esecuzione. Non l’aspetto estetico ed esteticizzante del Giappone, ma il rigore e la precisione della disciplina mi affascinano immediatamente, al punto da decidere di cimentarmi non solo nel canto, ma anche nella danza, pur non avendo il minimo background nelle discipline coreutiche. Monique trasmette il Noh, un vero distillato di cultura giapponese, senza svenderlo come prodotto esotico. Il suo approccio all’insegnamento è più puro quello di tanti ‘maestri’ che tornano in occidente dopo viaggi in Asia, proprio perché la sua conoscenza approfondita le permette di distaccarsi Giappone e osservarlo con sguardo critico, senza mai perdere di vista la sua posizione nei confronti della tradizione. Questo è forse l’insegnamento più importante che abbia ricevuto da Monique.

In seguito a questo primo incontro con questa forma d’arte in che modo si alimenta la tua passione per il teatro Noh e in che modo hai intrapreso questo percorso particolarissimo per un occidentale?

foto: Fabio Massimo Fioravanti
foto: Fabio Massimo Fioravanti

Nel 2007 si è tenuto un recital dell’International Noh Institute (INI), il gruppo di studenti internazionali di Udaka Michishige, maestro attore della scuola Kongo. Insieme a Monique, la quale avrebbe eseguito il Noh Aoinoue e ad altri allievi italiani, ci rechiamo a Kyoto, dove vedo il mio primo Noh, e incontro Udaka Michishige, che diverrà poi il mio maestro. Dopo un anno passato a immaginare e allucinare un ‘vero’ Noh su di un palco giapponese, l’emozione che ho provato mentre guardavo il maestro danzare è difficile da raccontare. Il Noh mi ha ormai conquistato completamente. Al rientro in Italia, rendendomi conto di avere un livello troppo rudimentale della lingua, mi convinco di dover approfondire la mia conoscenza di base continuando i miei studi universitari. Dopo varie domande in giro per il mondo vinco una borsa di studio per un programma di dottorato a Royal Holloway, University of London. Nel 2007 mi trasferisco a Londra, dove per quattro anni conduco una ricerca sull’influenza del Noh nel teatro in Europa, che ora è in fase di lavorazione per una futura pubblicazione. Si tratta di una tesi che mi permette di fare domande anche a me stesso: “perché il Noh ci affascina? Cosa porta spettatori che non sono in grado di capire i libretti delle opere ad amare quest’arte?” Il sospetto è che la ricezione del Noh non passi solo attraverso canali intellettuali, ma anche elementari, viscerali. Secondo me non si ‘capisce’ un Noh, lo si ‘vive’. Durante questo periodo di ricerca continuo lo studio della lingua e mi reco spesso in Giappone per periodi brevi, durante i quali pratico con il maestro Udaka. Dopo aver ricevuto il dottorato, nel 2012 mi trasferisco a Kyoto, dove in questo periodo sono ricercatore presso l’Universita’ Ritsumeikan grazie ad una borsa offerta da Japan Foundation, che sponsorizza la mia ricerca attuale sul ruolo degli ‘amatori’ nel mondo del Noh.

A giugno di quest’anno hai debuttato come attore “shite”,ovvero attore protagonista, nella rappresentazione del Noh Kiyotsune, puoi raccontarmi quale emozione ha rappresentato per te?

In Giappone esiste l’espressione ichi-go ichi-e, che si potrebbe tradurre come “una volta, un incontro”, riferendosi a come ogni esperienza sia unica e irripetibile, un tesoro condiviso solo dai partecipanti. Il Noh ben rappresenta questo concetto, perché si tratta di un’arte dove non esistono ripetizioni: si studia un’opera per mesi o anni, ma si sale sul palco e la si mette in scena una volta sola.Questo fa si che ogni rappresentazione sia unica, condivisa con le persone che ne hanno preso parte quel giorno, sul palco o fuori dal palco. Il repertorio appartiene a un canone nel quale le parti sono più o meno fisse. Attori e musicisti si preparano separatamente e si incontrano solo una volta per una “prova generale”, qualche giorno prima della performance, il che contribuisce a creare una forte tensione sul palco, importante per rendere la rappresentazione interessante per gli spettatori.Per un principiante come me, poter dividere il palco con musicisti e attori professionisti è un privilegio che credo raramente si potrebbe avere in altre forme d’arte. Il maestro Udaka, che mi ha preparato alla performance durante l’anno che l’ha preceduta, era capo coro, mentre Monique Arnaud ha interpretato il personaggio della moglie di Kiyotsune. Il mio pensiero sul palco era fare del mio meglio per non far sfigurare coloro i quali mi hanno formato con molti sacrifici. Il giorno della performance è il culmine di un lavoro che è cominciato molto tempo prima, al quale hanno partecipato molte persone: i miei maestri, i miei amici, mio padre e mia madre, i quali mi hanno sempre sostenuto e incoraggiato lungo tutto questo percorso.Il Noh è un’arte cara anche per chi la pratica: ho potuto eseguire Kiyotsune anche grazie al generoso contributo dell’Istituto di Cultura Italiana in Giappone, del giornale Asahi Shinbun e del centro per il restauro Gochang, e al sostegno della Scuola Italiana di Studi sull’Asia Orientale (ISEAS). Tengo anche a ricordare il lavoro della mia compagna, KimHea-Kyoung, che studia scultura di maschere Noh con il maestro Udaka, e ha scolpito la maschera chūjō che ho usato il giorno della performance.

Sei un allievo della scuola Kongo, una delle cinque famiglie che in Giappone ancora si tramandano l’arte del Noh. Cosa significa per uno straniero entrare in questo mondo antichissimo e misterioso?

Sono innanzitutto un allievo di Udaka Michishige, quindi parte della tradizione stilistica Kongo. Fin dai primi anni ’70 il Maestro Udaka si impegna a insegnare canto, danza e scultura di maschere ad allievi giapponesi e stranieri. Il suo International Noh Institute (INI), del quale gestisco le attività a Kyoto insieme alla veterana del gruppo, Rebecca Teele Ogamo, l’unica persona non giapponese membro dell’associazione dei professionisti del Noh, aiuta gli stranieri ad avvicinarsi al mondo del Noh. Il Noh sta attraversando un periodo difficile, e i giovani si stanno progressivamente allontanando da questa arte. Il maestro Udaka crede che la presenza degli stranieri possa portare una ventata di freschezza in una tradizione che ha radici antiche, ma che oggi fatica a trovare punti di incontro con la contemporaneità.

foto: Maude Limuzin
foto: Maude Limuzin

In questo credo che il mio essere straniero mi abbia aiutato nell’avvicinamento al Noh: l’arte, qualsiasi arte, non esiste in un vuoto siderale, ma è tessuta in una fibra culturale il cui colore vira con il passare delle generazioni. Per molti giovani giapponesi, cresciuti e educati qui, il Noh fa pensare al Giappone medievale, a una lingua arcaica, a teatri la domenica pomeriggio… qualcosa che appassiona più i loro nonni che i loro amici. Invece, ‘grazie’ alla mia ignoranza, io ho creato altre associazioni: per me il Noh era innanzitutto maschere ieratiche, canti e grida che paiono venire da altri stadi di coscienza, storie di dei e demoni di un mondo lontano nel tempo e nello spazio… di sicuro non un passatempo per pensionati! Per me il Noh è particolare e alternativo come un’arte sperimentale, con l’aggiunta però di una tradizione secolare alle spalle.

Quale è stato, se c’è stato, l’ostacolo più difficile da superare? Mi riferisco ad esempio a quello di imparare la lingua o piuttosto quello confrontarsi con una cultura ed una società profondamente differenti da quelle da cui provieni.

Il Maestro Udaka parla inglese, e nel gruppo di Kyoto c’è Rebecca Teele Ogamo, Americana, ma Giapponese d’adozione. Inizialmente la lingua non è stata un problema. Tuttavia esistono vari livelli di penetrazione all’interno di una cultura e, prima o poi, arriva il momento in cui conoscere la lingua diventa necessario per poter continuare il percorso verso il suo cuore. Poter comunicare con gli altri membri Giapponesi del nostro gruppo di pratica, con musicisti e altri attori è necessario per potersi integrare con la comunità. Tuttavia la lingua non basta: i segni fisiologici della diversità dello ‘straniero’ sono indelebili e, in una cultura per molti versi ancora chiusa come quella del Noh, possono essere l’origine di forme di discriminazione. Fortunatamente il Maestro Udaka non considera affatto la nazionalità come un ostacolo all’apprendimento, e ho potuto constatare che, se uno lavora e lo dimostra sul palco, anche chi inizialmente si mostrava sospettoso deve ammettere che le caratteristiche etniche non sono un limite al potenziale artistico.

Durante il nostro incontro a Kyoto, lo scorso settembre, mi hai raccontato che sei impegnato nello studio e nella preparazione di un’altra rappresentazione. Vuoi parlarmi di questi progetti futuri?

 L’apprendimento del Noh è un percorso che continua tutta la vita. Ogni anno ci sono tre o quattro eventi durante i quali gli allievi del Maestro vanno in scena per produrre quel che hanno studiato. Alcune sono performance ‘a porte chiuse’, altri sono recital aperti al pubblico, come quello del Giugno 2013. Dopo Kiyotsune sono entrato in una fase più intensa di studio dei vari elementi del Noh, e ancora non so quando sarà il mio prossimo Noh completo: per ora è importante concentrarmi sull’allargare il mio repertorio, e perfezionare canto e danza. Fra gli altri progetti relativi all’International Noh Institute c’è la pubblicazione, ormai imminente, del libro di fotografie di Fabio Massimo Fioravanti, che da diverso tempo segue le performance del Maestro Udaka in Giappone. Stiamo anche lavorando per creare più possibilità per il Maestro di visitare l’Italia, dove altri studenti continuano la pratica con Monique Arnaud. Vi terrò aggiornati!

 

Il blog di Diego Pellecchia: http://nohtheatre.wordpress.com/

 

Il sito del Maestro Udaka Michishige: http://noh-udaka.com/

 

La foto di copertina è di Barbara Mosconi

 

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“L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi.” Marcel Proust
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“L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi.” Marcel Proust

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