Fino al 14 maggio, al teatro Rossetti di Trieste va in scena l’emozionante “Eracle, l’invisibile”

Eracle, o Ercole, un nome che ricorda subito la forza, il coraggio, la vittoria. L’uomo che anche dopo mille prove non si spezza e ne esce vittorioso grazie alle sue abilità. Altri eroi nella mitologia greca avevano qualità sovrumane, altri affrontavano temibili sfide e le vincevano. Tuttavia il simbolo della forza è Eracle, figlio di Zeus e di un’umana, famoso per le sue dodici fatiche. Eracle dalla forza senza limiti e senza pari, sovrumana e perfetta. O forse no.

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Euripide e Teatro dei Borgia

Nel V secolo a.C. il grande poeta tragico Euripide sceglie il mito di Eracle e lo innova in una tragedia omonima. Il nostro eroe è arrivato alla sua ultima fatica, nell’Ade, l’aldilà greco nelle profondità della terra. Torna a casa, ma lì lo aspetta altro dolore. Gli dei gli infliggono la follia ed Eracle finisce per uccidere i suoi stessi figli e sua moglie.

Nella sua opera, Euripide preferisce mostrare il lato più umano dell’eroe, la sua vulnerabilità, il suo dolore e infine il suo fallimento. Ed è in questo ordine di idee che si muove la compagnia di teatro Teatro dei Borgia con “Eracle, l’invisibile”. La storia è liberamente ispirata al mito, ma parla di un uomo qualunque. Un uomo che si laurea, si sposa, trova lavoro e si barcamena fra le piccole gioie e preoccupazioni della vita. Finché una piccola tragedia si abbatte su di lui, inizia a perdere tutto, dalla famiglia alla casa, e precipita nella miseria. Quella vita che aveva lottato così duramente e virtuosamente per costruirsi si sgretola con una facilità terrificante, forse fin troppo realistica. Un approfondimento interessante e commovente viene operato sulla categoria dei padri separati, figure spesso sfortunatamente ignorate e sminuite. Inoltre, alla sofferenza dell’animo si associa quella economica. In un mondo dai ritmi frenetici, tutto è intercambiabile, tutti sostituibili e il dio denaro regna sovrano. “L’essere umano economico“, dice il regista Gianpiero Alighiero Borgia, ” […] ridotto esclusivamente alla sua funzione economica, viene spogliato di tutto ciò che è costitutivo di un essere umano”. L’opera s’inserisce nel progetto di riscrittura dei classici iniziato nel 2016 con “Medea per strada” che riesce nel fine di “attivare il mito” come afferma l’interprete Christian Di Domenico.

La produzione

La regia dello spettacolo è nelle mani di Gianpiero Alighiero Borgia, regista, attore di teatro e co-direttore di Teatro dei Borgia. Borgia è un artista intelligente ed eclettico, conoscitore dei classici e quindi capace di rimodellarli in forme sempre nuove. Da opere antiche come “Eracle” fioriscono messaggi nuovi ed emozionanti, che riecheggiano nella nostra contemporaneità. Ma viene anche mantenuta intatta l’anima di un mito classico e perciò capace di parlare alle persone di ogni tempo e luogo.

Pur trattando temi profondi e dolorosi, il copione scritto da Fabrizio Sinisi e Christian Di Domenico per il nostro eroe è incredibilmente accattivante. L’opera affronta di petto riflessioni difficili, mostrando senza ritrosia il dolore e le brutture della vita, ma addolcendole anche con un po’ di ironia e di affascinanti citazioni colte e pop.

A vestire i panni dell’Eracle contemporaneo troviamo Christian Di Domenico. Interprete dalla ricchissima esperienza teatrale, torna a farsi dirigere da Gianpiero Borgia dopo molte collaborazioni. Di Domenico riesce a esprimere tutta la complessità della natura umana, i suoi miracoli e le sue fragilità, senza stereotipi né scorciatoie. Fedele al fine ultimo del teatro, accompagna il pubblico in un’esperienza catartica, catturandolo con la sua esuberanza, emozionandolo con il suo tormento e rimanendo sempre credibile.

Scenografia e costumi

La scenografia a cura di Filippo Sarcinelli è incredibilmente innovativa così come l’intero spettacolo. Il palcoscenico è nudo, niente sipario né fondale, solo una postazione da cucina e dei banchi con alcune sedie. Ed è lì che il pubblico prende posto. Ciò permette un contatto catartico con l’interprete e gli spettatori sono fisicamente catapultati nella sua storia, più ricettivi che mai all’esperienza del narratore.

Allo stesso modo, i costumi a cura di Giuseppe Avallone e Elena Cotugno racchiudono un piacevole simbolismo. Una sopra l’altra, l’eroe indossa delle t-shirt con l’icona di diversi supereroi moderni. Da Iron Man a Batman, Di Domenico se le sfila, strato dopo strato. Sempre più vulnerabile e scoperto al pubblico, alla fine arriva alla sua ultima maglietta. Sfoggia quindi il simbolo di Superman, il connubio tra eroe e uomo. Un eroe che si sottopone alla fatica della vita, ma che nella sua umanità può anche soccombervi.

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