“Il dio bambino”, monologo brillante sulla complessità delle relazioni

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Il brillante monologo “Il dio bambino” va in scena dal 28 al 30 ottobre al teatro Rossetti di Trieste

All’inizio di tutto, all’inizio del teatro stesso, nell’antica Grecia, in scena c’era un solo attore e il canto era una parte vitale dello spettacolo. Dopodiché i secoli sono passati e noi abbiamo aggiunto interpreti, scenografie monumentali, effetti speciali. A volte è sembrato quasi di perdere quella comunione perfetta tra diverse espressioni artistiche che il teatro può rappresentare. Azione, musica, parola, luci, colori…

Giorgio Gaber

Eppure ecco Giorgio Gaber, cantautore, musicista, attore e commediografo, uomo di teatro e televisione e grande pioniere del “Teatro Canzone”, un’alternanza di canzoni e monologhi. Gaber inizia la sua carriera alla fine degli anni 50′, in un periodo di rivoluzione in ogni ambito dell’umano, dall’arte alla politica al sociale. In tutto il mondo, il concetto di spettacolo viene manipolato e reinventato. Si presta sempre più attenzione alla fisicità dell’attore, al potere della voce e all’incontro di teatro e musica. Ed è ciò che accade in “Il dio bambino”. Si ritorna alla dimensione elementare del teatro greco, ma in chiave contemporanea. Sul palcoscenico c’è un solo attore, l’incredibile Fabio Troiano, che si cimenta con grande maestria e una passione spiazzante nel monologo gaberiano. E ogni tanto Troiano si acquieta e lascia spazio alle melanconiche canzoni di Gaber stesso. Così la musica e i testi rimarcano i concetti espressi dall’attore, li commentano, delineano pensieri e atmosfere. Insomma, fungono quasi da Coro greco.

Il dio bambino

“Il dio bambino” è uno monologo appartenente al genere del “Teatro Canzone”, scritto nel 1993 da Giorgio Gaber e Sandro Luporini. Attraverso le sue reminiscenze, un uomo sviscera la relazione con la propria donna, dai primi approcci al primo figlio alla prima crisi, e intanto riflette su tutto ciò che può esserci nel rapporto uomo-donna. In una sorta di spedizione antropologica e dai risvolti tragicomici, si sfiorano luoghi comuni, che comunque contengono un pizzico di ancestrale verità, ma si scava anche in profondità, fino a toccare temi commoventi e delicati quali il tradimento e l’aborto. Tutto per rispondere all’interrogativo fondamentale: “il protagonista è finalmente diventato adulto o è rimasto bambino?”.

Gallione e Troiano

La costruzione ad arte dello spettacolo è in mano del grande regista Giorgio Gallione, drammaturgo e regista teatrale, fondatore e direttore artistico del Teatro dell’Archivolto. Gallione cura lo spettacolo facendo tesoro della sua vasta esperienza. Avendo lavorato con grandi nomi della comicità come Sabina Guzzanti, Claudio Bisio e Neri Marcoré fra gli altri, riesce a valorizzare al massimo la retorica brillante di Gaber e Luporini. Per non parlare del fatto che in passato Gallione si era già confrontato con scrittori contemporanei e cantautori civili tra cui lo stesso Gaber, mettendo in scena “Il Grigio” e “Un certo signor G”. Questa familiarità con il linguaggio e le dinamiche dell’opera gaberiana gli ha permesso di valorizzare il testo e di renderlo in maniera fresca, coinvolgendo tutto il pubblico.

Fabio Troiano, famoso e amato volto di televisione, cinema e teatro, si fa splendidamente carico del ruolo di unico attore. Ironico e a tratti spietato, ma anche tenero, e animato da una bruciante passione, quasi viscerale. Così Troiano si rivolge al pubblico, infrangendo la quarta parete, e ci narra dell’odissea sentimentale che è il rapporto tra uomo e donna. Con una dote oratoria impeccabile e uno slancio fisico fenomenale costruisce ogni episodio sul palcoscenico. Ci descrive personaggi, situazioni, pensieri, fino a farci scordare che effettivamente lui è l’unico interprete in scena.

Scenografia

Una nota di merito va alla meravigliosa scenografia. Sembra di essere catapultati in una bar vuoto alla fine di una festa forsennata: tavoli e sedie in disordine, qualche bottiglia, festoni e fiori disseminati sul pavimento. Con l’aiuto delle luci, prevalentemente sui toni del viola, ma arricchite da qualche accenno di caldo giallo, si crea un’atmosfera onirica e perfetta per le riflessioni del protagonista.

“Il dio bambino” è uno spettacolo brillante, ma anche tenero, intelligente ed esilarante, che parla di temi universali e quindi senza tempo. Un’opera che, alla fine, ci insegna a guardare i rapporti interpersonali dalla giusta prospettiva, perché a volte bisogna fare un passo indietro per incontrarsi.

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