Tornati dopo il successo di Dopodiché stasera mi butto, la compagnia Generazione Disagio presenta il suo secondo spettacolo Karmafulminien.

In un agriturismo veronese si sono fermati a rispondere a qualche domanda e nonostante l’ora e mezza passata sul palcoscenico, non hanno rinunciato a ordinare la cena con voce impostata. Un’attitudine, quella alla performance, che sembra difficile da soffocare. A fare da portavoce alla compagnia Enrico Pittalunga (attore) e Riccardo Pippa (drammaturgo e regista).

Il linguaggio di Generazione Disagio si contraddistingue in un certo senso anche per un certo grado di volgarità, come vi ponete nei confronti di quel genere di pubblico teatrale che né può essere spaventato?

Riccardo: prima di tutto la nostra non è la volgarità della televisione. Il linguaggio che utilizziamo sul palcoscenico è in un certo senso il linguaggio che utilizziamo tra di noi. Da questo punto di vista è più sincero che volgare. E ancora più che volgare, vuole essere greve e spiazzante: non vogliamo provocare, diciamo ciò che ci sembra in modo più efficace e spesso questo avviene attraverso un linguaggio colorito e metaforico.

Enrico: però non ci poniamo mai limitazioni, facciamo quello che crediamo sia necessario.

R: Anche in Karmafulminien per esempio, non abbiamo nessuna prurigine a stare nudi sul palco. Certo, ci sono anche degli ostacoli a questo: già due volte ci hanno chiesto di togliere il nudo dallo spettacolo.

E come avete reagito a questa richiesta?

E: una volta ce ne siamo fregati, un’altra invece abbiamo indossato dalle mutande color carne che probabilmente hanno solo peggiorato la situazione.

R: sì, perché alla fine il nudo in Karmafulminien non è mai giocato sulla sessualità. C’è quasi una purezza naive in questo.

Una vostra caratteristica è anche l’accostamento di linguaggio alto e linguaggio basso …

R: è la nostra cifra stilistica perché è anche un po’ la caratteristica della nostra generazione: è difficile trovare qualcuno della nostra età senza una laurea, ma è anche molto probabile che parli come i nostri personaggi.

E in che modo questo spettacolo è un sequel di Dopodiché stasera mi butto?

E: Ci sono sicuramente delle continuità tematiche, come per esempio la ripresa della preghiera alla fine di Dopodiché, ma in definitiva sono due spettacoli diversi.

R: La componente sequel più che altro è data dal fatto che siamo la stessa compagnia con la stessa follia. L’importante è che la gente entri in teatro senza sapere cosa sta per succedere.

Parliamo degli angeli invece, c’è ne sono diversi nello spettacolo

R: Volevamo parlare di anima e spiritualità senza parlare di religione.

E: I nostri sono angeli un po’ kitsch.

R: Il presupposto da cui partiamo – cioè che gli angeli custodi sono morti – vuole discutere l’idea che c’è qualcosa che si è perso, quell’afflusso divino, quel senso di individualità. L’angelo custode alla fine è un essere che veglia su di te in quanto te. Ci chiediamo quali aspirazioni sono rimaste se non ci sono gli angeli custodi.

E il titolo, Karmafulminien?

E: Il titolo in sé non vuol dire niente. Lo abbiamo scelto quando avevamo bisogno di un titolo per presentare lo spettacolo e ci serviva una parola che poi ci desse la possibilità di fare tutto. In realtà dentro alla parola stessa c’è l’idea del karma e quella del parafulmine, che sono ciò che rappresentano i nostri angeli nei confronti dell’uomo.

 Grazie!

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