In scena al Marconi Teatro Festival La Supplente il testo di Giuseppe Manfridi scritto per Silvia Brogi e diretto da Claudio Boccaccini. Un lavoro intenso ed emozionante che arricchisce la programmazione de Il Giardino, lo spazio esterno diretto da Felice Della Corte a Roma

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Giuseppe Manfridi – AUTORE

In scena la Supplente. Da cosa ha preso spunto per questo suo nuovo lavoro?

Nuovo non tanto. Ormai ha molti anni di vita. La supplente è un testo che ho scritto per Silvia Brogi al momento in cui lei mi ha espresso il desiderio di avere un monologo con cui cimentarsi. L’idea è nata all’istante. O meglio, all’istante è nata la convinzione di orientare su di lei uno spunto che avevo in mente da tempo, convinto della teatralità naturale insita nel rapporto che può stabilirsi durante una lezione tra una scolaresca e il suo insegnante.

Parlo di un insegnante poiché, a dire il vero, da principio pensavo a un interprete maschile, ma appeno mi sono figurato come protagonista Silvia, tutto la storia ha preso una direzione che non avevo messo in coto, e così è nata la nostra Stella.

Si può definire un noir?

Assolutamente sì. La trama che ho ordito usa una tecnica che impone al pubblico la convinzione che ci sia un enigma da risolvere; e infatti c’è. Per cui, mentre tutto accade secondo i canoni di una più o meno normale ora di supplenza, vi è un elemento che si insinua lateralmente nel procedere della vicenda a creare il sospetto crescente  che qualcosa d’altro debba avvenire. O che, chissà, può essere sia già avvenuto.

Ci sono anche momenti di leggerezza. Quanto è importante alleggerire, sia che si tratti di teatro che di realtà?

La leggerezza è il velluto su cui corre tutta la storia, enigma compreso. Ilarità, sorriso ed empatia reciproca fra scena e platea sono cruciali nel far sì che gli spettatori si trovino nella condizione di assumere serenamente il ruolo che viene loro imposto; ovvero quello di far parte di una classe, e di ritrovarsi tutti e tutte nell’età adolescenziale di quando erano realmente seduti ai banchi di scuola, e con quel grado di spensieratezza.

La seriosità a oltranza non mi appartiene in linea principio e, in questo, Claudio Boccaccini è un regista capacissimo di scovare tutta l’ironia che, come c nella avita appunto, amo mettere nei miei testi.

Silvia Brogi – ATTRICE

Cosa ha pensato quando ha letto questo testo? Lo ha sentito subito adatto a lei?

In verità questo testo, la prima volta, non l’ho letto, bensì “mi” è stato letto da colui che lo aveva concepito e scritto per me, Giuseppe Manfridi. Un onore immenso, un dono inestimabile da uno dei più grandi drammaturghi contemporanei a livello nazionale e internazionale, e un fraterno amico. Facile immaginare quindi quanto io sia stata travolta dalle emozioni che Stella (questo il nome della protagonista del racconto) mi ha suscitato fin dal primo momento.

Poi, guidata dalla maestria del regista Claudio Boccaccini, che con la sua mano sempre sensibile, attenta e amorevole ne ha curato l’allestimento, è iniziato il bellissimo viaggio nell’universo di questa creatura. Con Stella ho forse in comune un certo sguardo alle cose, riflessivo e profondo, che però lei – e non io – riesce a tradurre in arte attraverso i versi che scrive.

Il maestro Antonio Di Pofi ha voluto infine comporne le musiche di scena. Manfridi, Boccaccini, Di Pofi: un terzetto formidabile che mi ha accompagnato e accudito con affetto e dedizione, e che non smetterò mai di ringraziare.

Può raccontarci in breve la storia?

Siamo in un’aula scolastica. Una supplente entra in una classe e inizia a fare lezione. Ma subito si intuisce che qualcosa non va: più che parlare di letteratura, sembra che parli di sé stessa.

Stella, supplente, poetessa non pubblicata, è una donna che non ce la sta facendo. Ma rifiuta di considerarsi solo una precaria della vita; esalta il “miracolo” di quell’incontro, nonostante (o forse proprio per) la sua casualità, e simbolo di tutto ciò che di trascurabile e imponderabile, ma in definitiva meraviglioso, la vita può riservarci;  perora la causa di tutti coloro che sono catalogati come “minori”, dai dimenticati della letteratura a – appunto – sé stessa.

E si lancia in una lezione di vita, che negli allievi-spettatori lascerà forse proprio quelle tracce di cui lei, in quanto supplente, si riteneva incapace.

Cosa la emozione di più di questo testo?

Le riflessioni di Stella, le sue apparenti farneticazioni, le eccentricità, la puntigliosità delle sottolineature, le battute spiritose e anche “scorrette”, il vigore nel tentare di comunicare, di lasciare una traccia, hanno qualcosa di dirompente, una forza determinata da una passione tesa a scardinare i luoghi comuni sulla letteratura e sul senso dell’esistenza. Il suo dire è disseminato di agnizioni che forse anche a lei si stanno in quel momento disvelando.

Da interprete è un continuo oscillare tra pensieri e sentimenti, spesso contrastanti, una continua tensione nel restituire la potente fragilità di questa luminosa donna, una montagna russa di emozioni. Stella si definisce “La vita di fuori, la vita che irrompe”,  l’imponderabile quindi l’attimo che – in un attimo – fa piazza pulita.

Claudio Boccaccini – REGISTA

Cosa l’ha maggiormente colpita del testo di Manfridi?

L’elevatezza del linguaggio, tipica della scrittura di Giuseppe Manfridi, in questo caso al servizio di una storia che descrive il senso di inadeguatezza e precarietà del personaggio. E anche l’idea di rivolgersi al pubblico come si trattasse di una classe di studenti, trasformando ciascuno da semplice spettatore a testimone.

Cosa deve aspettarsi il pubblico?

Un coinvolgimento profondo, che vada al di là della semplice fruizione di uno spettacolo. Una chiamata in causa diretta, una immersione nei meandri interiori complessi e complicati della protagonista e una progressiva affezione a essa.

Qual è il messaggio di questo testo?

Ognuno di noi è chiamato a confrontarsi con le proprie incapacità e delusioni. Forse la letteratura e la poesia possono rappresentare un argine al senso di caducità delle cose, darci un’ultima illusione per decidere di continuare (o smettere) di vivere.

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