“Vedere gli altri, quelli che abbiamo o non abbiamo incontrato, ricostruire l’intreccio dei percorsi reali e possibili, è questo che la foto ci consente, aiutandoci a ritrovare ciò di cui, forse, non c’eravamo mai accorti. È nella posa che abbiamo assunto o che ci hanno intimato di assumere che intravediamo qualcosa di cui eravamo all’oscuro. Una foto non appartiene più a chi l’ha fatta, né al soggetto che essa rappresenta, appartiene a chi la osserva, a chi sa cogliere il privilegio di uno sguardo.” (A. D’Elia)

Osservando le fotografie di Andrea Mete mi sono più volte chiesta a chi appartenessero quegli attimi rubati di vita quotidiana, quei dettagli scovati in ogni angolo del mondo dove la parola “casa” può declinarsi in mille diversi modi: nello sguardo di un bambino, nei gesti sapienti di un lavavetri di New York, nella sfera di cristallo abilmente incastonata tra le dita di un artista di strada.

La prima cosa che mi ha detto Andrea mi ha lasciata interdetta: “ Non accettare fotografie dagli sconosciuti!” canzonando i miei timori nei confronti del continuo flusso di immagini che ormai popola la nostra quotidianità. Andrea crede esistano momenti perfetti, piccoli miracoli di una rarità disarmante, attimi in cui riesce a posare il suo obiettivo fotografico su di un oggetto, su di una persona rendendo quell’istante sacro, degno di essere contemplato.

“ Io credo che i miracoli esistano, tutto sta nel saperli cogliere. Per me la fotografia è un miracolo, siamo abituati a consacrare il passato ma credo che la meraviglia risieda nell’essere capaci di osservare la bellezza laddove non te l’aspetteresti mai, in una cosa che magari hai avuto sempre sotto gli occhi una vita. Questa è fotografia, tutto il resto è artificio.”

Degli esordi, Andrea, mi ha raccontato i suoi primi approcci durante l’infanzia, lo stupore iniziale di una nuova scoperta, come se la macchina fotografica fosse una scatola magica dove poter trattenere la memoria di un ricordo.

“Tutto è cominciato con una polaroid, ero ancora un bambino. Mi faceva impazzire l’idea di riuscire a fermare gli oggetti che in quel momento mi incuriosivano, che catturavano la mia attenzione. Era scioccante sapere che potevo rivedere in qualsiasi momento le cose che avevo immortalato. Crescendo ho poi scoperto che c’era un mondo che ruotava intorno la fotografia, ho capito che era diventato il mio unico interesse. La mia è una sorta di malattia, quando mi trovo in un luogo non faccio altro che osservare le persone in modo minuzioso, sono rapito dai gesti altrui anche dalle movenze più insignificanti. Il mio approccio alla fotografia è puramente istintivo, come fosse un riflesso involontario. Sono ossessionato dagli altri, le persone sono come una droga. I miei scatti indagano le storie che si celano nelle vite altrui.”

Durante la nostra conversazione il tema del viaggio è più volte venuto a galla, l’incontro con l’India, in particolare, ha sconvolto le sue percezioni visive, donandogli un nuovo sguardo.

“Le persone e i colori sono le sole cose che mi interessano, in India le ho trovate coniugate in un unico elemento visivo. L’India mi ha lasciato un vuoto, ma questa sensazione non c’entra nulla con la spiritualità. Quando sono sceso dall’aereo è stato come se per la prima volta avessi visto i colori. Il ricordo di quelle immagini mi uccide perché è come desiderare ardentemente una donna senza poterla avere, certe volte penso mi sia mancato il coraggio di trasferirmi in quei luoghi, non ho avuto l’audacia di amare fino in fondo quella terra.”

Andrea mi ha raccontato della sua esperienza lavorativa a New York nel mondo della moda, del suo approccio con un tipo di fotografia posata che non cede nulla all’istinto, che niente ha a che vedere con la sua concezione fotografica.

 “Ho lavorato poche volte in studio, mi è capito affrontando dei servizi fotografici che mi hanno commissionato a New York alcune case di moda. In studio ero tutto a mia disposizione, la modella, i vestiti, il trucco, le luci, in quegli istanti ho capito che non era quello il tipo di approccio che volevo. La posa, il fotoritocco, il lavoro di post produzione, sono strumenti che non amo e che adopero quando è strettamente necessario. Sono convinto che l’utilizzo eccessivo di Photoshop sia deleterio, io credo che il mestiere del fotografo sia legato ad altro non a questi mezzi che sono elementi del lavoro di un grafico. Io scelgo un’immagine da immortalare perché mi provoca un’emozione, perché amo i dettagli, la mia incessante curiosità mi porta a cercare piccole storie vissute nel quotidiano, dove è possibile innamorarsi anche di particolari insignificanti.”

Avrei voluto congedarmi da Andrea chiedendogli cosa gli serbasse il futuro, quali progetti vorrebbe d’ora in poi portare avanti, ma in fondo non c’è stato bisogno di porre alcuna domanda, il suo grande progetto riguarda ancora una volta la scoperta di nuove terre da conoscere ed immortalare.

“Mi sono ripromesso una cosa, non voglio più partire verso una destinazione in cui sono già stato, voglio vedere il più possibile il mondo che ci circonda riuscendo magari a capire finalmente qual è il posto in cui scegliere di vivere.”

Per approfondire il lavoro di Andrea Mete: www.andreamete.com/

Alcuni scatti di Andrea sono visibili al MACRO Testaccio fino al 24 marzo in occasione dell’evento “C’era una volta… Gioco e giocattolo”. Per informazioni: www.museomacro.org

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