Vi avevamo promesso qualche giorno fa di parlarvi di Projet192 ma la semplice descrizione del progetto non ci sembrava sufficiente così abbiamo deciso di farci raccontare la propria esperienza da uno dei fotografi coinvolti.

Il suo nome rimarrà segreto, chiamatelo pure 1/192, ed ecco le sue parole.

 

L’11 Marzo 2004 quattro ordigni vennero fatti esplodere su altrettanti treni regionali di Madrid, nell’attentato rimasero ferite più di duemila persone e 192 persero la vita.

Non ricordo esattamente come sono venuto a conoscenza di Projet192, credo fosse una persona che ho conosciuto in una corso di post-produzione, una fotografa, ricordo ora che mi sono stupito di non averla ritrovata tra i 192 fotografi partecipanti, credo non abbia mai aderito ma non ho indagato per discrezione.

L’adesione al progetto è stata pressoché automatica.

Il 27 novembre del 2013 ho scritto all’ideatore, Ciro Prota, per avere informazioni riguardo la mia partecipazione, ero pronto a dover inviare curriculum e portfolio ma la sua risposta è stata “basta che dici si, ti aggiungo al gruppo”, in seguito ho realizzato che lo scopo del progetto è stato coinvolgere, non selezionare 192 fotografi.

Il più era fatto, ero dentro, ero dentro al progetto ed ero dentro al gruppo privato di Facebook dove giorno dopo giorno vedevo aggiungersi sempre più persone. All’interno del gruppo si respirava un’atmosfera di entusiasmo misto ad una rispettosa curiosità per il nome che di li a poco ci sarebbe stato assegnato da Ciro.

Il progetto prevedeva che ad ogni fotografo venisse assegnato il nome di una delle 192 vittime, una volta venuti a conoscenza di questo nome lo si doveva inserire (non in maniera posticcia) in uno scatto in bianco e nero che contenesse al proprio interno un qualsiasi elemento che richiamasse il treno. A quasi dieci anni di distanza dall’attentato io, davanti al mio computer aspettavo che mi arrivasse una mail con il nome della persona di cui mi sarei dovuto prendere cura.

Ricordo un’attesa infinita, mi rendo conto, andando a riguardare la cronologia delle mail, che il nome mi è stato comunicato solo dopo quattro giorni dalla mia adesione…

Erano le 2:07 del primo dicembre ed io, non so perché ancora sveglio, leggevo sul mio smart phone il nome di una persona morta dieci anni fa.

La tristezza si mescolava alla paura di non essere all’altezza del compito assegnatomi (ma a quest’ultima nella vita ci ho fatto il callo).

Come prima cosa sono andato a vedere se trovavo sue notizie su internet.

Per un paio di giorni,quel nome, non ha fatto altro che risuonarmi in mente.

Quattro parole, due nomi e due cognomi, lo ripetevo in testa come un mantra, come se continuando a scandirlo mi sarebbe venuta un’idea su come realizzare lo scatto.

Intanto cominciavo a conoscerlo meglio: era un uomo, 54 anni e una figlia.

 Continuando a cercare ho trovato altro sulla sua vita: una foto in cui si vedono due cani, uno somiglia vagamente alla mia Mary.

Cosa ho io da condividere con un uomo di 54 anni con due cani ed una figlia?

Nel gruppo leggevo post di persone rimaste colpite dalle coincidenze tra loro e la persona assegnata,ma io?

Nessuno mi aveva detto che sarebbe stato facile così, continuando a cercare, sono riuscito a mettere insieme un altro tassello, era un pittore!

A questo punto la mia fantasia ha cominciato a volare, in un articolo ho trovato scritto di un lavoro rimasto incompiuto in un palazzo istituzionale ed io li, ad immaginare un enorme dipinto tipo quelli di Diego Rivera, un’ intera parte incompleta con ancora le impalcature davanti.

Una ricerca più approfondita poi mi ha riportato con i piedi per terra,la realtà è di gran lunga più semplice: pintor de brocha gorda non è esattamente un artista ma piuttosto un imbianchino!

Per nulla deluso,ma credo di essermi un po’ vergognato per aver idealizzato così tanto questa persona. Non era un famoso pittore ma un semplice imbianchino dedito al suo lavoro, un padre amorevole da poco rimasto vedovo, una persona come tante, una persona come le altre 191.

Ormai avevo tutti gli indizi, non restava che scovare lo scatto.

A dire la verità non ho impiegato molto a decidere il tipo di scatto, non ho impiegato molto a capire dov’è che io e lui ci  incontravamo.

Tralasciando i saltuari lavori di ristrutturazione che per necessità ho dovuto fare nella mia vita, sono andato a cercare nel più lontano passato, quando avevo vent’anni e andavo in giro con i pantaloni larghi a scribacchiare su qualsiasi superficie, compresi i treni!

Ok, oggi ho 37 anni e mettermi a dipingere un treno per poi fotografarlo mi è sembrata subito un’idea da scartare, già mi immaginavo la Polfer (si chiama ancora così?) alle calcagna lungo i binari ed io che non ho più il fisico di vent’anni fa…

Un’alternativa c’era! All’epoca, quando non si riusciva ad arrivare ai treni, ci si accontentava dei lungolinea, quindi bastava trovare il muro giusto ed il gioco era fatto: avrei scritto il nome con della tempera su un muro lungo una linea ferroviaria!

Mi piaceva l’idea di scrivere il suo nome usando il suo strumento di lavoro, ormai la decisione era presa, non mi restava che trovare il posto più adatto.

Dopo una serie di sopralluoghi ho dovuto arrendermi al fatto che ormai non avevo più il coraggio, non solo di dipingere su un treno, ma neanche di intrufolarmi notte tempo lungo una ferrovia per dipingere un muro.

Per non darmi del rammollito mi sono autoconvinto che il tutto era troppo complicato e mi sono messo a cercare una soluzione alternativa.

Fortunatamente il mio passato mi è venuto nuovamente in contro; ancor prima dei lungolinea, ancor prima dei treni e ancor prima della metropolitana (ora capisco perché ho deciso di scrivere quest’articolo restando anonimo…), agli albori della mia carriera di writer, c’erano i muri tranquilli, muri più o meno di nessuno sui quali sbizzarrirsi in maniera sufficientemente sicura. Il caso ha voluto che uno di questi muri ricordavo che fosse in un parco che confina con un deposito ferroviario.

Da un primo sopralluogo ho deciso che avrei lavorato di pomeriggio perché stando alla bussola il sole sarebbe tramontato alle mie spalle e quel poco di luce che trapelava tra i pini avrebbe illuminato il muro.

Il giorno dello scatto è stato in parte frutto di una scelta ed in parte il risultato del tempo rimanente tra i miei due lavori ed un trasloco ed ovviamente i miei calcoli sono andati a farsi benedire quando: cielo coperto!

La realizzazione della scritta, coadiuvato da un carissimo amico a cui avevo chiesto di fare presenza, ha richiesto più tempo di quanto immaginassi costringendomi a fare una prima serie di scatti con pochissima luce ed una preoccupazione: la scritta, in bianco su un muro già coperto di graffiti, è poco visibile.

Dopo una quindicina di scatti, gli ultimi dei quali contando a voce 10 secondi, mi sono arreso alla mancanza di luce; mi rendevo conto di non poter chiedere di più alla pellicola 400 iso che stavo utilizzando.

Tornato sul posto qualche giorno più tardi mi sono reso conto, con non poco sollievo, che la scritta si vedeva eccome, imbracciata la mia fedele OM1 ho finito la dozzina di scatti rimasti nel rullo concedendomi, sugli ultimi, il vezzo di cambiare inquadratura.

Di corsa allo sviluppo!

Il giorno dopo i provini a contatto erano già pronti.

Li guardo uno dopo l’altro.

Li riscopro uno dopo l’altro.

I primi scatti non mi convincono.Troppo scuri.

L’inquadratura originale non mi convince.

Rimangono quella manciata di scatti finali in cui mi sono divertito a cambiare, a sdraiarmi a terra, a darmi l’aria da grande esperto tanto da spingere un tipo a chiedermi una mini lezione di fotografia adducendo la seguente motivazione “lei sembra uno che ne capisce…”.

Alla fine la scelta si restringe a due scatti, a questo punto l’ultima parola spetta allo stampatore, lascio che sia lui a decidere, lui che darà corpo e vita a ciò che per ora è in negativo su di una pellicola.

Dopo un paio d’ore la foto è pronta, la asciugo io stesso, al laboratorio sono di casa, lo stampatore ha fatto come sempre un ottimo lavoro, la stampa è bellissima, la foto… beh questo lo lascio decidere a voi…

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