San Lorenzo è un quartiere particolare, uno di quei luoghi a Roma dove potersi perdere imbattendosi in tante realtà nascoste e affascinanti. In una delle vie del quartiere c’è il piccolo studio di un artista particolare, un giovane pittore che crea mondi immaginari popolati da misteriose creature fiabesche.

Alessandro Calizza ha fatto della sua passione una ragione di vita, in quegli spazi che ha occupato con le sue opere si rintraccia tutto l’amore di un ragazzo che difende le sue scelte e le condivide con tutto quello che lo circonda.
Ho incontrato Alessandro qualche giorno fa proprio nel suo studio di San Lorenzo, ne è uscita fuori una lunga chiacchierata in cui ho potuto approfondire la poetica che si cela dietro i lavori di questo talentuoso pittore.

Alessandro vorrei che iniziassi a raccontarmi i tuoi esordi, qual è stato il percorso creativo che ti ha portato alla pittura?

Il primo approccio consapevole con il mondo dell’arte è avvenuto all’età di 13 anni quando iniziai a fare graffiti in giro per la città. Parallelamente a questo interesse, ed avendo già dipinto tutti i muri della mia stanza, cominciava ad affascinarmi anche il discorso dell’opera su tela.
Mano a mano ho preferito sempre di più lavorare su tela e mi allontanai dal writing.
Il mio avvicinarmi alla pittura è stato da autodidatta, ho sperimentato diverse tecniche per capire le nozioni basilari nel comporre un’opera. Ci tengo molto a questa mia istruzione perché le cose che ho scoperto con l’esperienza empirica le ho fatte totalmente mie, le ho comprese a fondo perché credo che attraverso l’insegnamento (che ha di certo molti altri aspetti positivi e con il quale sicuramente avrei molte meno lacune a livello tecnico) certe cognizioni vengano date per vere senza mettere in discussione ciò che si sta imparando, io ho dovuto sperimentare direttamente ciò che avevo bisogno di apprendere e questo forse mi ha permesso di capirlo un po’ più a fondo.
Col tempo, facendo quadri, ho trovato un gallerista che ha creduto in me e nel mio lavoro. Ho iniziato ad esporre e ad avere un buon riscontro di pubblico, questo per me è stato un incoraggiamento fondamentale per decidere di investire sulla mia attività artistica.

La mia curiosità riguarda l’evoluzione stilistica che hai affrontato nel corso del tuo lavoro, come sei arrivato ai soggetti delle tue opere, qual è il concetto che li ha scaturiti?

Dall’esterno il mio percorso evolutivo può sembrare confuso proprio perché da autodidatta non ho soltanto sperimentato una ricerca tecnica ma c’è stata anche una ricerca “poetica”, se così posso definirla, iniziata senza alcuna influenza. Ho vissuto periodi dove i miei soggetti erano molto distanti da quello che dipingo oggi, alcune tele si avvicinavano all’astrattismo perché necessitavo di confrontarmi con stili e modi diversi di fare pittura, con la composizione ed il colore puro. Ho provato a cercare il linguaggio più adatto a me, la cifra narrativa più adeguata a raccontare il quotidiano. Sperimentando sono giunto a creare questi paesaggi surreali popolati da creature immaginifiche. È un mondo fiabesco quello che descrivo, utilizzo universi di fantasia per poter parlare della nostra realtà. Ho capito che questo tipo di codici si addiceva a ciò che volevo esprimere per richiamare l’attenzione verso quello che ogni giorno percepiamo.

Alessandro vorrei discutere con te del fenomeno del Pop Surrealismo, ti ritrovi in questa definizione che forse si sta un po’ inflazionando? Io sono un alquanto scettica a riguardo forse perché non tutti i lavori incasellati in questa realtà figurativa rispecchiano poi una effettiva qualità stilistica e di contenuti.

Trovo che il Pop Surrealismo sia una corrente creativa molto valida per i paradigmi dai quali parte e sui quali si è poi sviluppata. Capisco il tuo scetticismo perché bisogna fare una grossa distinzione tra la realtà italiana e l’evoluzione che si è creata all’estero. Il Pop Surrealismo nasce, se così si può dire, una ventina di anni fa a Los Angeles, ciò che è arrivato in Italia di questa corrente forse non è totalmente rappresentativo. Secondo il mio modo di vedere c’è molto di più in questa corrente artistica di ciò che viene percepito nel nostro paese. Ci sono artisti italiani di grandissimo spessore che all’estero già godono della giusta attenzione mentre qui da noi il “sistema arte” sembra non sapere nemmeno chi siano.

In Italia certi fenomeni arrivano in un costante ritardo, se in questo momento osservo l’evoluzione della Street Art nel nostro paese mi chiedo come sia possibile che venga data importanza a questa corrente solo da pochi anni. Oltre il ritardo oggettivo vedo una dilagante massificazione laddove le gallerie, gli artisti, gli addetti ai lavori investono le loro energie solo perché quel determinato fenomeno genera clamore economico e mediatico. In questo stato di cose è difficile far emergere la qualità a discapito di quelle persone valide che invece, non facendo parte di questo sistema, vengono inevitabilmente emarginate…

Io credo fermamente che il problema risieda anche nel voler a tutti i costi essere etichettato. A me non interessa questo aspetto anche se, come dicevo, nel mio lavoro ci sono tante affinità con il Pop Surrealismo ed è sicuramente la realtà a cui mi sento più vicino. La difficoltà risiede nel fatto che viene dato spazio solo ad una determinata parte di questo fenomeno che è quella che ha più attenzione da parte del mercato. Le opere, tecnicamente parlando, sono di ottima fattura, ciò che si perde a volte sono i contenuti.
La cosa più importante da far capire, ed è quello che abbiamo cercato di raccontare nella mostra collettiva intitolata Surreality Show, è che esiste un contenuto, un valore artistico da sottolineare perché questo è un modo di fare pittura che può dare qualcosa alla storia dell’arte e di questo ne sono fermamente convinto.

Surreality Show è un progetto espositivo molto interessante perché ha messo insieme diverse cifre stilistiche dedite a narrare il concetto di Surrealismo attraverso molteplici declinazioni, un mondo complesso ed intrigante tutto da scoprire…

Surreality Show ha voluto mostrare come all’interno di un ambito artistico possano esistere tante realtà diverse. Io, Jonathan Pannacciò, Cristiano Carotti, Elio Veruna ed El Gato Chimney, ci esprimiamo in maniera radicalmente diversa ma abbiamo una cifra comune che ci unisce. Questo è il valore che deve essere estrapolato dalle nuove tendenze che si affacciano oggi nel mondo della pittura.

Alessandro qual è il tuo concetto di contemporaneità? Quale messaggio cerchi di imprimere nel tuo lavoro?

Il contenuto artistico di un’opera credo riguardi da sempre la narrazione della condizione umana e le molteplici riflessioni sull’esistenza. Intendo dire che, a mio avviso, i temi che si affrontano sono gli stessi da quando esiste l’arte e da quando esiste l’essere umano. La contemporaneità risiede nel modo di esprimere queste tematiche, credo che ogni epoca abbia avuto un proprio linguaggio espressivo veicolo dei contenuti propri dell’epoca stessa. Contemporaneo è chi riesce ad utilizzare un linguaggio adeguato a raccontare in quel determinato momento storico il proprio messaggio.

L’artista deve quotidianamente confrontarsi con quello che lo circonda, con la società che gli affida un ruolo, secondo il tuo modo di vedere cosa rappresenta il tuo lavoro nella nostra società?

All’inizio è difficile far comprendere agli altri il proprio lavoro. In alcune epoche l’artista ricopriva un ruolo prestigioso e omaggiato, in altri periodi l’artista viveva una condizione difficile ma il suo impegno era riconosciuto ed apprezzato, altre volte ancora (spesso) era considerato uno spostato che viveva ai margini della società. Oggi la figura dell’artista quasi non esiste più, se non quando arriva ad un certo livello di successo e notorietà. Il ruolo di un pittore, di uno scultore o di un creativo in generale viene riconosciuto nel momento in cui determinate istituzioni legittimano il suo lavoro. Spesso accade che le persone che fanno arte si ritrovano a dover intraprendere diversi mestieri per poter vivere, questo anche per la totale assenza nel nostro Paese di politiche che dovrebbero aiutare ed incentivare una carriera di questo tipo. Quando si è costretti a doversi adattare a fare altri mestieri la gente ti identifica sotto quel profilo, che nulla ha a che vedere con la reale occupazione a cui si aspira. Io, fortunatamente, riesco ad arrotondare grazie ad incarichi che ruotano sempre intorno all’ambiente artistico, come quando ad esempio realizzo scenografie, o con altri impegni che occupano una minima parte del mio tempo. Credo che non riuscirei a vivere essendo impegnato 8 ore al giorno in qualcosa che non comprenda la mia attività artistica. E mi sento davvero fortunato a poterlo fare.

Alessandro in conclusione vorrei sapere dove è possibile poter ammirare le tue opere e quali progetti ti aspettano in futuro.

Fino al 5 maggio sono in mostra con Surreality Show all’Officina delle Zattere a Venezia. A Roma si è da poco concluso il mio impegno con la Takeawaygallery nell’ambito degli eventi promossi ad Operaunica. Alcune opere si trovano a Takeawaygallery e presso Mondo Bizzarro, sia al bookshop che nella galleria. In Belgio, a Leuven, sta per inaugurare la nuova sede della Takeawaygallery dove sono presenti dei miei lavori. Chiunque voglia può venirmi a trovare nel mio studio a San Lorenzo, le porte qui sono sempre aperte a tutti coloro che hanno la curiosità di approfondire il mio lavoro o semplicemente a chi ha voglia di farsi due chiacchiere.

Per approfondire il lavoro di Alessandro Calizza: http://www.alessandrocalizza.it/

Foto copertina: Don’t let them catch us!

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