Il mestiere dell’arte passa anche attraverso l’impegno di istituzioni ed organizzazioni che cercano di alimentare e promuovere la creatività di giovani talenti. La Fondazione Volume! nasce nel 1997 con lo scopo di disegnare un orizzonte artistico contemporaneo a Roma. La sua missione consiste nel creare una rete di relazioni che riescano a costruire, nel tessuto urbano capitolino, un paesaggio culturale fruibile universalmente.
Volume! non è solo uno spazio espositivo, è un progetto in continua espansione che vede nel piano del Parco Nomade il suo più importante obiettivo.
Ho incontrato qualche giorno fa Silvano Manganaro, responsabile e braccio destro del presidente Francesco Nucci, che mi ha descritto lo spirito che contraddistingue il progetto della fondazione.

Per prima cosa Silvano vorrei capire di cosa ti occupi all’interno della Fondazione Volume. Quale ruolo ricopri?

Collaboro con la fondazione da un paio di anni, ho iniziato come stagista ed ora la mia mansione ufficiale è assistente del Presidente.
Volume ha una struttura semplice e complessa allo stesso tempo. E’ una grande famiglia dove tutti convergono per la realizzazione di un progetto. L’anima pulsante di questa istituzione è Francesco Nucci, un neurochirurgo che, per la sua grande passione verso l’arte, ha concepito questa “follia”.
Volume è uno spazio aperto alla volontà degli artisti, alla possibilità di creare in questo spazio i loro progetti, facendo diventare gli ambienti della fondazione un’espressione artistica totale.

La vostra missione è quella di: “sostenere l’idea pubblica di cultura, di ripristinare un dialogo con l’arte capace di includere fertili relazioni con altri ambienti intellettuali”. Come si inserisce Volume nelle dinamiche istituzionali capitoline e quale scopo vi siete prefissati come organizzazione?

Volume nasce nel 1997 ma solo nel 2006 ha acquisito il suo status di fondazione. Nel ’97 a Roma non esistevano ambienti predisposti a narrare il contemporaneo, realtà come il MACRO e il MAXXI sono sorte successivamente, quindi la genesi di Volume è puramente utopica.
Francesco Nucci è un collezionista, il suo desiderio era quello di creare uno spazio no profit. Dopo un periodo di discussioni con artisti come Kounellis, Pirri, critici come Achille Bonito Oliva e filosofi come Piero Montani, Nucci ha dato il via alle prime mostre in cui gli artisti coinvolti hanno scarnificato lo spazio, lo hanno scavato per dare luce all’anima di Volume.
Il punto focale di questa esperienza è l’attenzione verso la percezione dello spettatore, essendo Nucci un neurochirurgo, ha sottolineato la volontà di dare al fruitore dello spazio la sensazione di ritrovarsi all’interno di un agglomerato artistico,  facendo in modo che il contenitore espositivo fosse di fatto un’opera da scoprire.

Appena mi sono affacciata nello spazio effettivamente ho avuto delle percezioni contrastanti. Ho avuto la sensazione di trovarmi in una sorta di miniera, cercando di stanare cosa l’ambiente celasse.

L’idea è stata di mantenere la storia dell’edificio, un palazzo risalente al XVII secolo. Lo spazio era ripartito in due ambienti differenti: la prima parte era adibita a laboratorio artigianale, le stanze retrostanti, invece, erano l’appartamento dell’artigiano. Durante i lavori iniziali sono state rimosse alcune pareti ed è stato scavato il pavimento. Quello che gli artisti ed i visitatori percepiscono, entrando nell’area espositiva, è che da quelle pareti trasuda il tempo che è passato. Le sue mura sono una memoria stratificata del luogo e dei suoi protagonisti. La cosa interessante è che se andassimo a grattare l’intonaco dei muri potremmo redigere una sorta di stratigrafia delle mostre che si sono succedute in questi anni. Ogni volta lo spazio cambia completamente aspetto, in alcuni casi Volume è quasi irriconoscibile. È un corpo che muta, plasmato dagli eventi.

Sono venuta ad approfondire la conoscenza della Fondazione Volume perché sto analizzando le dinamiche che regolano le diverse realtà artistiche cittadine. Mi sto rendendo conto che a Roma non esiste una rete di interazione tra gli artisti, è come se ognuno guardasse il proprio lavoro senza percepire cosa accade all’esterno  Secondo la tua visione, cosa manca a Roma e cosa fa concretamente Volume! per i giovani emergenti?

Il problema strutturale romano è un problema di isolamento. Io non credo che non esista una rete istituzionale, piuttosto penso che non ci sia una rete di interazioni umane. A livello generale, rispetto agli anni ’60 e ’70 dove esistevano gruppi artistici, penso ad esempio alla Scuola Romana, non c’è più  l’esigenza di riunirsi, dagli anni ’80 in poi l’individualismo spinto ha portato ognuno ad essere una monade, una struttura a sé.
Roma possiede una ricchezza inestimabile e non sfruttata: le accademie internazionali presenti nel tessuto cittadino. È in questo senso che bisognerebbe creare un’interazione, si potrebbe  allestire una Biennale artistica permanente.
La nostra città ha continue rinascite, ma non esiste un vero mercato dell’arte perciò non convergono elementi che assicurino la continuità di certe esperienze. Ci sono grossi collezionisti che investono in arte ma manca un’economia fiorente che sostenga la produzione culturale. Una grossa pecca per i giovani è rappresentata anche dall’Accademia di Belle Arti di Roma, una realtà che presenta molte problematiche.

Mi chiedo allora come può inserirsi in questo contesto la vostra istituzione, quali politiche adottate nei confronti dei giovani talenti che lavorano e vivono a Roma?

Spesso i giovani hanno una sorta di reverenza nei confronti di Volume. Qui hanno esposto artisti come Kounellis, Boltansky, Paladino, nomi, internazionalmente parlando, molto importanti. Il nostro spazio sembra irraggiungibile come se avesse un ruolo museale. Volume da un’opportunità ai giovani. Negli anni precedenti abbiamo sostenuto i progetti di artisti emergenti, porto ad esempio il caso di Gian Maria Tosatti che ha avuto la possibilità di sviluppare le sue idee e di raggiungere spazi espositivi di rilievo. La sua mostra si è svolta in contemporanea con la personale di Boltansky;  in questo caso Volume ha promosso entrambi gli eventi dando spazio e visibilità ad un nome nuovo associato a un grande artista conosciuto internazionalmente.
Va chiarito però che la missione di Volume non è quella di coltivare giovani talenti, questo è un compito che spetta ai critici d’arte, alle gallerie, la fondazione non ha interessi economici dietro un giovane artista.
In futuro c’è l’idea di realizzare qualcosa di più specifico per gli artisti emergenti, magari indire un concorso, creando uno spazio apposito per gli under 35.

Volume è una struttura complessa dalle molteplici sfaccettature,  sono stata colpita dal vostro progetto intitolato Parco Nomade, di cosa si tratta?

L’idea del Parco Nomade è stata concepita da Francesco Nucci, la paternità del nome, invece, si deve ad Achille Bonito Oliva. Il parco nomade è la prosecuzione ideale di Volume, negli ambienti della fondazione l’artista lavora con lo spazio ed è difficile definire quale sia l’opera, contenuto e contenitore si fondono completandosi.
Il progetto è partito da una domanda: “Come conservare la memoria delle varie mostre che si sono succedute in fondazione?” Eccezion fatta per le testimonianze video – fotografiche, del resto non rimane nulla.

Il progetto consiste nel creare uno spazio dove vi sia una concreta testimonianza di ciò che è stato fatto all’interno di Volume, facendo in modo che queste testimonianze siano facilmente smontabili e trasportabili. Abbiamo chiesto ad un artista e ad un architetto di dar vita ad un modulo che mantenga le misure standard di un contenitore da trasporto affinchè possa agevolmente essere spostato per far viaggiare le opere nel mondo.

Il parco nasce a Corviale, 40 ettari di terreno a ridosso della famigerata stecca di case popolari. Questa scelta coincide con la voglia di delocalizzare verso la periferia un progetto artistico internazionale. L’intento non è bonificare il territorio o fare dell’assistenzialismo ai suoi abitanti, lo scopo è dare visibilità a un luogo tristemente noto, di cambiare questa tendenza negativa dando finalmente un’anima a Corviale. In futuro vorrei che Corviale fosse associato al parco nomade e non alla sua triste nomea.

Per informazioni:  http://www.fondazionevolume.com

Per votare il progetto Parco Nomade: http://www.che-fare.com

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