Una decadente società aristocratica e un borghese benestante, molto benestante che vorrebbe specchiarsi in essa ma sembra non averne i connotati. Allora cosa fa? Si ricopre di orpelli, ornamenti, vezzi vetusti e ingialliti di un modo nobiliare che oramai è solo il pallido riflesso di se stesso, ma che a Jourdain sembra aspirabile e onorabile molto più del volgare denaro.

Emilio Solfrizzi interpreta, con la regia di Armando Pugliese, il borghese gentiluomo di Moliere, al Teatro Quirino dal 18 al 30 aprile, che come altri personaggi del popolarissimo commediante sogna di diventare ricco, il parvenu ante litteram già affermato sulla scena sociale del ‘600  che non accetta la sua condizione e di certo non si riconosce in una borghesia illuminata, categoria sociale che ancora, prima della rivoluzione francese, non aveva consumato la sua ribalta sociale ma alimentava ancora i suoi sogni con i privilegi inaccessibili della nobiltà francese.

Jourdain si sente inadeguato ma al contempo animato da un fervore straordinario che lo porta a voler conoscere tutto di niente! Infatti invita alla sua “corte immaginaria” sedicenti ma in realtà scrocconi impostori spadaccini, teatranti e filosofi per poi non riuscire ad apprezzare e a capire il senso di un’operazione raffazzonata di acculturamento.

Ma Jourdain, pur ostacolato dalla famiglia concreta e molto più realistica dei suoi voli pindarici, non si arrende e finisce per rimanere ostaggio dei giochi illusionistici del suo improbabile entourage.

La regia parte con un primo tempo piuttosto fedele all’originale di Moliere e la bravura di Emilio Solfrizzi resta alquanto mimetica e descrittiva del personaggio da canovaccio, mentre il secondo tempo prende una vita propria e si anima di una rappresentazione alquanto grottesca della commedia. In ogni caso il divario stilistico sembra reggere il peso della commedia e renderla più fruibile, come veicolo divulgativo dell’opera.

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