Dopo aver conquistato la critica nelle passate  stagioni con l’intesa interpretazione di Pasolini a Villa Ada, Ivan Festa torna a teatro e lo fa con un testo da lui scritto e diretto: Fragments. Ha scelto il Teatro L’Aura per il debutto di questo lavoro che lui stesso definisce surreale. 

Fragments in scena al Teatro L’Aura dal 12 al 22 aprile. Ce lo racconti?

Sono partito da un’equazione che definirei elementare, è assodato che quanto esiste é formato in larga maggioranza da materia invisibile ed impalpabile; che anche io che sto scrivendo sono il risultato, più o meno discutibile, di questo processo, al pari della borsetta di una donna; che l’ universo che cerchiamo di comprendere è nato da un incidente e continua ad espandersi alla velocità della luce nello spazio – tempo seguendo una sola regola, il disordine. È quindi che probabilmente tanti brandelli ricomposti e raccolti possono raccontare una storia, come tante briciole fanno un pane.

Nella nota stampa si leggono una serie di quesiti che ti poni come autore di Fragments, tra cui: Esiste un rapporto tra la nostra idea di realtà e la costruzione fittizia che ne facciamo quotidianamente? Quale vita costruiamo, che parte attiva abbiamo in essa? Qual è il nostro ruolo? E’ il cercare le risposte a queste domande che ti ha portato a scriver questo testo?

Al contrario, servirà per continuare a pormi domande e cercare di capire se qualcuno se le sia mai poste veramente oltre me, o le abbia messe in pratica. Capire se siamo realmente in grado, visto che ci siamo auto- eletti specie dominante, di abbassare il nostro livello di Ego, di non imporre le nostre scelte, di accettare che la vita potrebbe averne delle proprie, che potrebbero essere l’assenza stessa di regole o contrarie a quelle che vogliamo imporre, accettando che non siamo in grado di decidere fondamentalmente nulla. E se lo facciamo è sempre per favorire un interesse e danneggiare gli inconsapevoli. Abbiamo dichiarato guerra ai batteri, mentre per questo pianeta i batteri siamo noi  e nonostante tutto la natura ci tollera e si impegna a rispettare gli equilibri, creando per tutte le forme di vita le condizioni migliori. Capire se siamo in grado di fermarci; che esistono altri modi di vivere, di non essere violenti, di rispettare gli animali e la vita nonostante si presenti sotto una forma incomprensibile solo per un nostro limite. Accettare che abbiamo creato una società ingiusta ed un mondo senza futuro. Credere che il proprio ruolo non è giudicare l’incomprensibile ma accoglierlo, di provare ancora vergogna se abbiamo commesso una cattiva azione e di chiedere scusa se abbiamo fatto del male.Di essere in sostanza gentili, sinceri, se possibile migliori. I mio sarà uno spettacolo surreale, tratto da un testo surreale e sarà interpretato in modo surreale. Tutto qui.

Fragment prende spunto da Harold Pinter e Martin Crimp. In che modo?

Ho preso in prestito alcuni testi sospesi, irrisolti, una specie di prove di autore che danno la sensazione di essere stati scritti – a mio avviso- come flusso creativo, come ricerca emozionale e sonora, visiva ed estetica. Una sorta di brainstorming dove l’unica volontà che appare evidente non è il risultato finale o la resa scenica, ma dare al disordine crescente una soluzione surreale per poter indagare in modo concreto la morale, la società, i rapporti personali ed intimi. In sostanza parte della materia di cui è composta ogni vita.

Fragments
Fragments

Che messaggio vuoi che arrivi al pubblico?

Nessun messaggio si antepone alla capacità dello spettatore di diventare protagonista , in qualche modo, della rappresentazione a cui parteciperà. Il pubblico è parte integrante del Teatro, saranno loro a farmi comprendere meglio se il mio lavoro è valido e cosa porteranno con loro uscendo dalla sala.

Ci anticipi qualcosa sulla scenografia di Fragments?

Nella sinossi ho parlato chiaramente di sola luce …La scenografia “classica” non si addice alla mia idea di teatro essenziale, esso è composto di elementi e dettagli. L’unico argine è e resterà l’attore. Ho voluto superare in qualche modo lo “spazio vuoto” immaginandone uno in camera oscura che credo meglio sposi l’idea che voglio rendere.

Spero solo di riuscire a creare l’immagine che ho concepito.

Hai già conquistato pubblico e critica con Pasolini a Villa Ada. Che ricordo hai di quel testo, cosa ti ha lasciato questo racconto?

Porterò sempre con me le sensazioni e il sapore di quell’esperienza, al pari delle altre che lo hanno preceduto.

È stato uno spettacolo importante perché mi ha permesso di vivere l’aspetto umano e privato di Pasolini meno conosciuto e diffuso. Ha improvvisamente aperto una stagione della mia vita ricca di bellezza. Il testo di Giorgio Manacorda era chiuso in un cassetto, è diventato uno spettacolo, è stato pubblicato da Voland, ed ora è il suo libro più venduto. Il ritorno di critica e di pubblico è stato notevole. Ho letto articoli dove venivano descritte sensazioni forti, alcuni hanno sentito la necessità di “rivederlo”prima di scrivere, come per verificare se quell’eccesso di sensibilità fosse reale. Questo ha creato un nuovo margine in termini di resa personale, di attesa per il pubblico e per la critica. Agli occhi di chi mi ha visto è diventato un termine di paragone, per i miei invece è uno stimolo e un dovere per continuare a migliorare.

Fragments
Fragments

Lo spettacolo Pasolini a Villa Ada veniva anticipato da una mostra nel foyer del teatro.Anche stavolta ci saranno scatti che anticiperanno Fragments?

Fragments è parte integrante di un viaggio sconfinato nel mondo dell’immagine, l’unico limite all’esposizione di materiale fotografico potrebbe essere solo di carattere logistico.Se sarà possibile lo spettacolo verrà introdotto o più probabilmente “concluso” con una visita ad un percorso visivo.

Cos’è il teatro per te?

È uno dei miei coinquilini, è testardo, continua a ripetermi che puoi sopportarti che puoi ad usare ed accettare il peggio di te e riderne. Che esistono vari modi per sentirsi liberi e vari modi di comunicare. Che esistono altri occhi per osservare le innumerevoli realtà che ci circondano e che puoi cogliere. Che stranamente si può creare per sottrazione e urlare stando fermi e in silenzio. Cose belle ma dimentica che di notte russa forte e mi tiene spesso sveglio.

Attore e autore. Cosa preferisci?

Permettimi di rispondere con un paradosso. Non sappiamo ancora se il neutrino sia di Majorana o di Dirac. Questa particella elementare ha una massa debole e una carica elettrica nulla. Secondo Dirac nella teoria  del “mare ” che considera un modello di “vuoto” formato di energia negativa, queste particelle diventano due, dividendo materia da antimateria.

Quindi un neutrino non è la stessa cosa di un anti- neutrino. Majorana rivede la teoria e afferma che viceversa sono la stessa cosa.

Un neutrino o un anti-neutrino è di fatto un neutrino osservato allo specchio, cioè la stessa particella in due Stati fisici differenti, ma comunque la stessa particella. Non ti sarà complicato stabilire a quale ordine di idee appartengo se anche la fisica (e non solo la lettura, il teatro,  la psicologia etc. etc.) che descrive ed interpreta la natura stessa dell’universo, accetta “dimostra” l’esistenza di un “doppio”.

Fragments
Fragments

C’è un motivo per il quale prediligi monologhi?

Il Teatro ha attraversato tutte le epoche dell’umanità. Ognuna di esse ha avuto un modo pregnante è una forma capace di rappresentare tempo a cui si appartiene. Personalmente ritengo che tornare ad un tipo di comunicazione di base, diretta e composta, limiti le distrazioni che questa epoca sta vivendo. Sento che esiste una grande difficoltà nelle relazioni, la vasta scelta in termini tecnologici ha reso l’uomo schiavo del comunicare, anche se purtroppo spesso senza argomenti validi in un mare vasto di possibilità. Ritengo sia attualmente la forma più adatta per quest’esigenza dettata dalla quasi impossibilità al confronto. La distanza può essere azzerata solo da un rapporto vivo e diretto, diverso, fuori luogo: stranamente credo che il monologo adesso sia la forma adatta, capace di dimezzare la distanza tra parola narrata e  la volontà di ascolto

Se potessi scegliere un altro teatro in cui portare in scena Fragments, quale sceglieresti?

Per me un luogo non è una discriminante alla resa. Troppo tempo si è speso a voler regolamentare, censurare, istituire, irreggimentare, destinare, aiutare … questa volontà imposta va contro la natura stessa della tradizione orale da cui è nato Teatro.

E alla fine di tutto questo paradosso, ricordo che siamo l’unico paese in Europa a non avere più un ente specifico che tuteli e promuova lo spettacolo dal vivo, soppresso perché considerato inutile. Che tante sale continuano a chiudere nella più totale indifferenza delle istituzioni e del pubblico, che altre viceversa beneficiano di fondi tali che assicurerebbero programmazione e diffusione per almeno un lustro.

Che alla fine del nostro destino importa davvero poco e ancora meno a coloro che dovrebbero difendere la ricchezza di quest’arte antica. Ciò che mi rincuora è che il teatro esiste e continuerà ad esistere perché è fantasia, perché è vivo e presente, è sfacciato e ostinato, è come un miracolo che continua a palesarsi nonostante la cecità di voler negare ed affossare la nostra libertà di espressione.

Ma veniamo alla domanda: più che un teatro immagino un luogo ideale.

Hai presente il gazometro? Ecco, un enorme Silos da riutilizzare dove la voce rimbalzi e raggiunga tutti, dove non esistono spigoli, questo sarebbe perfetto. Una sorta di girotondo dove il pubblico è in piedi o seduto, segue la forma della parete e della voce, può partecipare, dove non esistono platee o palchi o altri ordine di divisione sociale, che sia fruibile da tutti e l’unico limite sia solo la durata della rappresentazione.

Beckett descrive bene ne “lo spopolatore” tutta l’angoscia di un ordine che diventa punitivo se costituito ed imposto anche all’interno di un cilindro. Se mi parli di una sala “standard” credo che sceglierei le Bouffes di Nord, che è simile a quanto ho descritto per architettura e per altre ragioni personali. In senso pratico e per quanto mi riguarda voglio ringraziare la direzione artistica del teatro l’aura che mi ospita, che ha creduto in questo progetto, dove ho trovato tanta vivacità e tanto entusiasmo. Davvero una bella realtà per una città come Roma.

Hai una grandissima passione per la fotografia. Cosa provi quando scatti foto?

Provo un’immensa gioia e un senso di libertà nel rapire luce spazio e tempo. Come spiegartelo, una fotografia è composta da un numero incommensurabile di codici. Una vita intera potrebbe essere sintetizzata in uno scatto. Tutto quello che sei è lì dentro racchiuso. E’ una sintesi, un condensato di sensibilità, ed è talmente profondo tutto questo , che al suo interno potrebbe celarsi una parte di te stesso che nemmeno sapevi esistesse. Insegno che la fotografia è il transfert che rende visibile quello che avrai il coraggio di vedere.

Cos’è per te la fotografia?

Un altro modo di giocare con una materia misteriosa ed infinita.

Questo mondo sospeso tra il nulla e la carta che rapisce la luce, mi permette di attraversare le crepe del tempo e creare un nuova lingua. È una continua visione, è un colloquio con i dettagli e le cose piccole, è ascoltare e attendere, è accettare la bellezza anche quando si presenta in una forma apparentemente crudele e mutevole. E’ una bellissima amica che vorrei presentarti.

Fragments
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