di Alessia Carlino

Nel 1489 Napoli era la capitale d’Europa, una città fiorente, culla della cultura mediterranea e centro focale di ogni attività mercantile. Napoli era una metropoli che contava oltre 200.000 abitanti (numeri infiniti per l’epoca) governata dagli Aragonesi il cui reggente, Ferdinando I, teneva in mano le sorti di una piccola nazione che faceva valere in tutto il continente la sua egemonia. Fiamminghi, francesi, spagnoli, un crogiolo di culture che nella città di Partenope lasciarono i segni di espressioni artistiche eterogenee ma pur sempre riconducibili ad un’estetica rivoluzionaria che di lì a poco avrebbe germinato nella Firenze del Rinascimento mediceo.

Il sangue di Napoli fu visto per la prima volta proprio da Ferdinando I, si narra infatti che il re e la sua consorte, recandosi in visita presso le reliquie del santo, lo videro sciogliersi. L’agiografia medievale non aveva mai offerto notizie precise sulla vita di San Gennaro, si parla soltanto del suo martirio in alcune cronache del tempo che per l’appunto prendono il titolo di Passiones.

Sono partita da lontano, per giungere ad oggi, per capire cosa contraddistingue Napoli, capitale d’Europa e di una cultura mediterranea da cui trae ogni radice.

Napoli è una nazione a sé, un luogo in cui si possono ritrovare tutti gli stereotipi del migrante italiano, eppure tra i suoi vicoli, nei suoi ricordi ancestrali, esiste un senso di estraniamento.

Benedetto Croce descriveva la città come un paradiso abitato da diavoli, il grande filosofo, padre dell’estetica del Novecento, pianse sulle ceneri di una città bombardata, versò lacrime tra le rovine del monastero di Santa Chiara ridotto a un cumulo di detriti durante il secondo conflitto mondiale.Croce era innamorato perdutamente della sua terra, ma quel biasimo, quel memento degli inferi doveva essere per il filosofo un monito, la chiave di lettura per scoprire la città e il suo popolo.

Poche persone conoscono veramente i napoletani, sono criptici anche per loro stessi.

Il turista di passaggio, quello che butta uno sguardo al lungomare o che vede la città sopra la certosa di San Martino (per capirci è la famigerata veduta che si trova in tutte le pizzerie del mondo) non può comprendere il senso più intimo dell’animo partenopeo. Bisognerebbe che quel turista di passaggio si lasciasse contaminare dai suoi abitanti. Quello stesso turista inizierebbe a capire che chi ha vissuto per tutta la vita in una casa “dove la porta d’ingresso è sempre aperta per consentire il ricambio d’aria, finisce per considerare la strada parte integrante della propria abitazione e le persone di passaggio ospiti graditi”. 

Esiste un cuore a Napoli, io l’ho visto nella via che spacca a metà il centro.

Spaccanapoli è l’aorta della città, il flusso di sangue confluisce corposo in quella strada: pulsa, circola, non lascia scampo, è un vortice da cui è impossibile sfuggire arrivando di soppiatto al cuore.

Così per caso, ma forse grazie alle mie origini, all’aver visto per la prima volta dove è nato mio padre, l’avevo capito, avevo intuito che esisteva un Quore Spinato.

Chissà, ma ci provo lo stesso, vorrei provare lo stesso a raccontare un percorso e mi scuso di questo lungo panegirico, ma posso assicurare che la storia parte proprio dal 1489, parte dal giorno in cui re Ferdinando I vide il sangue di Napoli sciogliersi e gridò al miracolo, il miracolo di una città che in fondo non crede a niente, ma che si lascia trasportare dalle arterie del suo tessuto urbano, che giunge fino ai Quartieri Spagnoli dove è possibile rintracciare il sistema linfatico dell’antica capitale mediterranea.

Sono in giro pe ‘ncoppa ‘e Quartieri, si dice, e si dice anche siano le strade più malfamate della città, ma a ragion di logica tutti i centri portuali sono così: c’è il bene e il male a volte riconosci la differenza, altre volte no, è un miscuglio intricato dove srotolare il bandolo della matassa è impossibile.

I quartieri, dicevo. Nati nel XVI secolo sotto l’auspicio di Don Pedro di Toledo famigerato vicerè che edificò la zona per dare alloggio alle truppe spagnole. Ora capite che razza di sistema linfatico deve essere, nato belligerante, ha la guerra nelle sue radici, una guerra che non si è mai conclusa.

Un Quore Spinato, un castro militare stretto tra le sue mura tra i codici di una civiltà a sé stante che è cresciuta con le sue regole, tra i dogmi di un’istantanea pretesa di verità.

Quore Spinato credo nasca da tutte queste premesse e da molte altre che non ho citato e che ho idea di non conoscere. Nasce in seno a quella che chiamano street art, ma che di questo fenomeno forse condivide poco.

Cyop&Kaf dissemina nei quartieri duecento ventitre dipinti, crea un tessuto artistico urbano unico e irripetibile, coinvolge i cittadini, veri protagonisti delle opere, abbandona quella credenza di rivalutazione urbana, di scopo sociale su cui tante iniziative un po’ ipocrite si poggiano. Cyop&Kaf semplicemente dipinge il cuore di Napoli, restituisce agli abitanti le strade, i vicoli che si sono popolati di colori, forme, disegni con concetti più o meno comprensibili.

Quore Spinato, un progetto lungo tre anni e distante chilometri di pittura, mi appare come una sorta di purgatorio illustrato. Il purgatorio per Napoli è una tappa imprescindibile, come se i disegni cosparsi fra i vicoli fossero nicchie votive di santi colme di preghiere per le anime del priatorio a cui i fedeli cercano in qualche modo di chiedere un’intercessione per giungere finalmente in paradiso.

Ho iniziato con il sangue di un santo queste righe e concludo con le anime di un surreale limbo, quel Quore Spinato è per me la rappresentazione di ogni miracolo avvenuto in città, è il sangue sciolto di San Gennaro.

Che voi ci crediate o no succede.

SCHEDA LIBRO

Cyop&Caf

Quore Spinato

Quartieri Spagnoli, Napoli, 2011 – 2013

480 pagine

per richiedere una copia: info@cyopekaf.org

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