#salvobuonfine 

Giancarlo Nicoletti autore e regista, in scena al Brancaccio fino al 22 Novembre

Vincitore del Premio alla Drammaturgia Contemporanea del “DO.IT”, Selezione all’XI Edizione del Premio “Dante Cappelletti” e Finalista al “Nuovo Premio Teatro Traiano”, il 12 debutta al Brancaccino e prima del debutto nazionale ha ricevuto già tanti riconoscimenti, lo abbiamo incontrato in questi giorni al teatro Brancaccio mentre va in scena con #salvobuonfine.

Dobbiamo aspettarci davvero tanto?

Spero che ci sia tanto, al di là delle aspettative. E’ chiaro che un lavoro che, ancora prima del debutto, ha ottenuto diversi riconoscimenti crei un alone di particolare interesse e quindi di attesa: io credo che ci si debba aspettare, onestamente, un lavoro di grande forza e spessore, ma anche di grande semplicità. Una vera e propria istantanea contemporanea del nostro sentire attuale, senza fronzoli, senza forzature, senza sofismi inutili.

Parlaci del cast. Come hai scelto gli attori?

Il cast è composto da sei eccezionali professionisti, che non hanno risparmiato nulla in funzione del risultato finale. Parte degli attori (Valentina Perrella, Alessandro Giova e Chiara Oliviero) sono ormai degli attori “feticcio” e parte fondante e stabile del Collettivo Teatrale. Condividiamo una formazione comune e un progetto artistico dall’impronta chiara. I due protagonisti della storia, Salvo e Lorenzo, interpretati da Riccardo Morgante e Luciano Guerra, sono stati selezionati tramite audizione, fra oltre 250 candidati, e devo ammettere che la scelta è stata eccellente. La ciliegina sulla torta è la partecipazione amichevole di un grande artista e amico, Antonello Angiolillo, performer con una lunga carriera, nel teatro musicale italiano e internazionale e nella prosa. In definitiva, posso ritenermi davvero fortunato di lavorare circondato da tanta professionalità e umanità.

Sei reduce già da un altro successo, Festa della Repubblica. I testi hanno qualcosa di affine?

Per stile e drammaturgia sono molto lontani, anche registicamente. “Festa della Repubblica” è un cortocircuito teatrale, un gioco atto a svelare le contraddizioni e le aporie della modernità italiana, che mette a nudo anche i limiti del farsi del teatro in sé nell’Italia contemporanea. #salvobuonfine è un lavoro di pancia più che di testa, estremamente più diretto, deflagrante, in un certo senso “forte”, che vuole toccare profondamente lo spettatore e scuotere le coscienze dal basso.
Qualcosa di affine però c’è: la volontà di fare un teatro “necessario” (che quindi nasca da una necessità), dove la drammaturgia sia protagonista, e soprattutto la volontà di rendere il pubblico partecipe delle domande, e non delle risposte. Un teatro probabilmente “politico”, ma allo stesso modo in cui qualsiasi testo classico della drammaturgia mondiale può definirsi tale.

#salvobuonfine

Nell’altro lavoro eri tra gli attori protagonisti? Con #salvobuonfine hai deciso di non prendere parte al lavoro come attore. C’è un motivo particolare che ti ha spinto a non salire sul palco. Qualcosa ti spaventa?

Non parlerei di paura, ma più che altro il lavoro, estremamente difficile, che ho richiesto agli attori mi ha fatto propendere per una gestione più ponderata del tutto. La scelta è stata quindi dettata da questioni pratiche e teoriche allo stesso tempo. In pratica, volevo evitare, da un lato, la “stanchezza” e quindi la minor resa – fisiologica – di chi è attore e regista e, dall’altro, avevo voglia di vedere il lavoro completamente da fuori, anche come esperimento di crescita personale. In teoria, credo di stare compiendo, gradualmente, il passo del lasciare il palco agli attori per godersi il lavoro dalla sedia della regia.

Abbiamo letto il comunicato. E’ un testo contro il finto perbenismo della società moderna. Credi che sia un cancro del nostro tempo?

Indubbiamente è un cancro contemporaneo, ma non è il solo; e non è appunto il solo tema su cui si concentra l’analisi delle relazioni umane e della società che viene fatta in #salvobuonfine. Nel testo si dipinge a tinte forti la cattiva coscienza, che oggi va veramente di moda, sotto le forme di coscienza politically correct: e i risultati cui porta sono aberranti e sotto gli occhi di tutti, e proprio per questo, paradossalmente, oggetto di maggiore condanna più con gli slogan che coi fatti. E’ il crinale su cui si staglia il senso di colpa, altro tema protagonista del racconto. Un vero e proprio condizionatore delle scelte umane, un feticcio della sottocultura legata alla religione e al culto della rispettabilità; per me ha tutt’altro che un sapore tardo ottocentesco, è un denominatore comune fra i mali delle società che non vogliono emanciparsi dai propri fardelli di senso comune.

Quanto c’è di te nella storia che racconti?

In qualsiasi storia c’è parte di noi, del nostro vissuto, delle persone che ci sono passate accanto, anche solo sfiorandoci per un attimo, mentre cercavano di raccontarci il loro dolore. E questa storia non fa eccezione; se è – come deve – un teatro “necessario”, qui la necessità era quella di affrontare il tema dell’identità di genere, del perbenismo post-borghese (ancorato a nessun valore e perciò ancora più vergognoso) e del senso di colpa contemporaneo, mettendoli sotto una lente d’ingrandimento che guardasse da un’angolazione diversa le cose. E se c’è una forza credo sia proprio questa nell’intero lavoro, non tanto la “potenza” della lente quanto la scelta dell’angolazione da cui usarla.

Cosa ti aspetti dal pubblico? E cosa deve aspettarsi il pubblico da questo lavoro?

Dal pubblico mi aspetto la disponibilità a farsi “toccare” dalla storia e a porsi delle domande, tante, grazie agli spunti di riflessione dello spettacolo. Ed è quello che deve aspettarsi il pubblico di #salvobuonfine: tornare a casa carico di interrogativi che abbiano risposte chiare riposte nel fondo dell’umanità di ciascuno. L’emozione e il coinvolgimento che – spero – regali la visione dello spettacolo serviranno da detonatore di questa essenza umana che troppo spesso teniamo nascosta anche a noi stessi.

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