Leoš Janáček ha condensato numerose testimonianze musicali della Moldavia, garantendo per certi versi la conservazione di un patrimonio armonico, melodico e, soprattutto, emotivo che altrimenti sarebbe andato perduto. Ma è un compositore che ha saputo anche riproporre, non unicamente in termini creativi, quanto di universale e umano fosse racchiuso in ogni singolo frammento melodico, in una successione di accordi o in un timbro strumentale. Lo dimostra la varietà delle sue composizioni e, in questo caso, la notevole scrittura della Kát’a Kabanová: un’opera da ascoltare su diversi piani in scena al teatro dell’Opera di Roma.

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Kát’a Kabanová, il segreto del successo nascosto fra le note

Per primo quello musicale: la partitura orchestrale rivela quanto Janáček fosse sensibile all’andamento del suono come veicolo delle caratteristiche dei personaggi. La scrittura vocale delinea ognuno di essi in base al sostrato psicologico e drammatico. Basti di esempio la contrapposizione netta e stridente fra la vocalità di Kabanicha e quella della protagonista: spigolosa e aspra la prima, più distesa la seconda, a tratti estatica, a tratti spasmodica, ma mai aggressiva. Questo lavoro di caratterizzazione nella concezione della vocalità è frutto di un attento studio della parola parlata che permette a Janáček di concepire melodie senza perdere di vista i sottili meccanismi drammatici e psicologici all’interno dell’arcata melodica.

Le stesse sezioni strumentali – se tali possono essere definite e non piuttosto “voci” strumentali – non sono concepite secondo il criterio del “riempimento sonoro”. Esse dipanano il dramma in uno spazio-tempo che tende all’assoluto, fornendo una sorta di quarta dimensione spirituale della scena. Come per la vocalità, anche nei timbri orchestrali si percepisce una spasmodica attenzione al “colore” drammatico, alla struttura melodica e all’aderenza alla situazione.

I suoni non sono cornici del palco, né semplicemente linguaggio astratto, ma entrano come atomi nel tessuto dell’azione e risuonano tanto quanto le parole nella creazione di una composizione straordinariamente fluida e coerente. Janáček è in grado di esaltare del romanzo di Ostrovskij sia la critica alla società matriarcale e conservatrice, sia la contrapposizione fra le regole del comportamento umano e la natura selvaggia, distruttiva eppure sempre vittoriosa.

Il suo discorso etico ed estetico mira ad una libertà che supera persino gli stereotipi di liberazione sociale attraverso l’eros, per raggiungere uno stadio molto più alto, ieratico e filosofico, di fuga da un mondo che non è più accettabile: un paradiso laico, un’estasi naturalistica. Non va dimenticato che Kát’a Kabanová viene concepita negli anni immediatamente successivi alla Prima Guerra Mondiale in cui le differenze fra un “prima” tradizionalista e un “dopo” ancora da ricostruire erano decisamente più acuite.

Richard Jones, oneri ed onori del regista di Kát’a Kabanová

La prima romana di questo titolo ha destato, comprensibilmente, qualche perplessità. Come accade sempre più spesso nei teatri d’opera, è il versante registico a creare i dubbi e non certo quello musicale che ha invece goduto della lettura attenta ai dettagli di David Robertson, guida preparata di un’orchestra in ottima forma. Richard Jones ha su di sé l’onere registico del nuovo allestimento, in coproduzione con la Royal Opera House Covent Garden. Un onere che condivide con Antony McDonald, nell’ideazione di scene e costumi, Lucy Carter, per le luci, e Sarah Fahie, per i movimenti coreografici.

Jones ha racchiuso tutto il dramma in uno spazio cubico, dal vago colore del legno, in cui si manifestano, di volta in volta, l’interno della casa o il giardino e, infine, una struttura assai simile a una pensilina di autobus che dovrebbe essere, nelle indicazioni originali, una casa diroccata. Egli elimina ogni riferimento al naturalismo e alla verosimiglianza dell’azione, asciugandone innanzitutto i luoghi e gli oggetti scenici, ridotti all’essenziale. Lo stesso avviene per i costumi, anch’essi uniformemente opachi, smorti, nonostante il taglio storicizzante e alcune brillanti soluzioni: su tutti il tailleur di Kabanicha che è un abito espressivo del suo stesso essere! L’atteggiamento degli interpreti, allora, in questo spazio privo di natura tende a divenire rarefatto, in certi casi, meccanico, in altri.

Nonostante la bravura degli interpreti nel declinare le idee registiche e alcune soluzioni di grande effetto – come le sospensioni del movimento che si associano sempre alla presentazione di una nuova idea melodica – l’esclusione dell’elemento naturale si fa sentire negativamente. Anche perché tale elemento è invece assai preponderante sia nelle originali indicazioni sceniche sia nella musica. Questa assenza si acuisce nel finale: la tempesta e il suicidio nel Volga sono esplicativi della volontà di Kat’a di tornare ad uno stato di Natura, ma sembrano quasi incomprensibili in questo ambiente asettico che trasferisce sulle rive del fiume lo stesso freddo rigore dell’interno della casa.

Peccato, perché certe sottigliezze interpretative e alcuni spiragli gestuali avrebbero tratto grande respiro da un finale differente. Avrebbero fatto sentire di più il contrasto fra società e natura che è, in fondo, alla base della concezione di quest’opera.

Kát’a Kabanová – La locandina

I protagonisti di Kát’a Kabanová

Gli interpreti, allora, si confermano il vero cardine dell’allestimento. Fedeli alle proposte registiche, perfettamente a loro agio nella scrittura musicale, espressione di vocalità centrate per ogni singolo carattere, dal primo all’ultimo. Savel Dikoj giova della figura autoritaria e della voce autorevole di Stephen Richardson, mentre Charles Workman riveste con credibilità scenica e ottimo timbro i panni di Boris Grigorjevic, suo nipote.

Kabanicha perfetta sia nella gestualità coercitiva come nella vocalità aggressiva e tagliente quella di Susan Bickley che si contrappone alla dolcezza ieratica di Corinne Winters, una Káťa che della parte possiede l’ampiezza vocale, la saldezza di registri e una attitudine scenica splendidamente aderente all’idea del personaggio. Dopo la meravigliosa Cio Cio San della stagione estiva questo debutto è un’ennesima conferma di qualità.

Il Tichon di Julian Hubbard mette a disposizione del rozzo marito una voce anche troppo bella. Sullo stesso livello qualitativo si attestano Sam Furness (Vana Kudrjas), Carolyn Sproule (Varvara) e Lukáš Zeman (Kuligin). Come sempre menzione speciale per le voci diplomate “Fabbrica” Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma: Sara Rocchi e Angela Schisano.

Uno spettacolo di respiro europeo che può far discutere, ma che costituisce indubbiamente un grande traguardo per il Teatro della Capitale.

Kát’a Kabanová

Musica di Leoš Janáček

Opera in tre atti

Libretto di Leoš Janáček dal dramma Groza (L’uragano) di Aleksandr Ostrovskij nella traduzione in ceco di Vincenc Červinka

Prima rappresentazione assoluta, Teatro Nazionale di Brno, 23 novembre 1921

Direttore David Robertson

Regia Richard Jones

MAESTRO DEL CORO  Roberto Gabbiani

SCENE E COSTUMI Antony McDonald

LUCI Lucy Carter

MOVIMENTI COREOGRAFICI Sarah Fahie

PRINCIPALI INTERPRETI

SAVËL PROKOFJEVIČ DIKOJ Stephen Richardson

BORIS GRIGORIJEVIČ Charles Workman

MARFA IGNATĚVNA KABANOVÁ Susan Bickley

TICHON IVANYČ KABANOV Julian Hubbard

KATĚRINA (KÁŤA) Corinne Winters / Laura Wilde (27 gennaio)

VÁŇA KUDRJAŠ Sam Furness

VARVARA Carolyn Sproule

KULIGIN Lukáš Zeman

FEKLUŠA Angela Schisano *

GLAŠA Sara Rocchi *

ŽENA Michela Nardella

POZDNÍ CHODEC Giordano Massaro

* Diplomate “Fabbrica” Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma

Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma

Foto di Fabrizio Sansoni

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