Lectio Magistralis del regista Giuseppe Tornatore sul dialogo tra arte e cinema.

 

Giuseppe Tornatore (A.Giglio)
Giuseppe Tornatore (A.Giglio)

Davvero straripante la sala Odeon del dipartimento di Storia dell’arte e spettacolo dell’Università La Sapienza di Roma che ha ospitato la Lectio Magistralis del regista Giuseppe Tornatore sul dialogo tra arte e Cinema.

Oltre al regista dell’ultimo fortunatissimo “La migliore offerta”, trionfatore degli ultimi “David di Donatello” e “Nastri d’Argento”, sono intervenuti Marina RigettiClaudio Zambianchi e Paolo Serafini del Dipartimento di Storia dell’Arte.

Lo spunto della lezione lo da proprio l’ultimo lavoro del regista. Si racconta la storia del battitore d’aste  Virgil Oldman che nel corso degli anni ha accumulato una personale e privatissima collezione d’opere d’arte, interpretato superbamente da Geoffrey Rush.

Il rapporto tra vero e falso nell’amore e nell’arte si intrecciano ed è quel che si è cercato di sviscerare durante il pomeriggio capitolino.

Tornatore: “E’ un argomento interessante e spinoso il rapporto tra arte e cinema. Quando penso un film e cerco di innamorarmene non mi dico mai di essere li a fare qualcosa che ha a che fare con l’arte. Io mi sento un artigiano. Credo che nessuno debba mai pensare di agire in un contesto o orizzonte che si snoda entro i confini di ciò che chiamiamo arte. Una cosa è arte quando lo dicono gli altri. Il pubblico ha questo grande potere”.

Questa è una storia semplice perché lineare nel primo livello di lettura, nei sottotesti le cose si complicano.

Il battitore d’asta è colui che stabilisce il valore di un oggetto e fino a che punto si può arrivare. Virgil vive circondato da opere d’arte ed è un uomo che nella vita reale non ha rapporti con le donne, incapace com’è persino di guardarle negli occhi quando vi si imbatte nella vita di tutti i giorni. Egli sublima il naturale bisogno di avere a che fare con le donne guardandole solo attraverso il simulacro delle opere d’arte (le donne sono tutte ritratte nell’atteggiamento di guardare l’asse ottico).

“ La figura ritratta sta intercettando l’asse ottico di chi guarda con la sensazione che da dovunque ci si metta essa ci stia guardando. A un uomo come questo non può che accadere una cosa particolare. Incontra una persona che conduce vita tale che permetta di riuscire ad instaurare un rapporto che non lo obblighi a farsi guardare, sebbene per ragioni diverse dalle sue. Si trova suo malgrado ad interagire proprio perché questa figura non lo sottopone ai rischi di cui ha paura cambiandone le abitudini”.

“C’è una frase di August Von Platen: “Chi ha contemplato con i propri occhi la bellezza è già consacrato alla morte”, che mi è tornata in mente quando ho visto per la prima volta tutti quei quadri allestiti nel caveau. L’arte ha la forza di sostituirsi alla vita ed è così che lui vive. C’è un luogo che già suggerisce al personaggio di star in guardia, mi riferisco alla presenza della tecnica del trompe l’oeil nella casa della ragazza, perché il falso è in agguato.

Chi si è imbattuto molte volte nei falsi avverte la presenza del falso. In ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico. Ci si riferisce alla passione del falsario stesso magari nell’introdurre un piccolo elemento in più che non corrisponde all’opera originale. Quasi a sostenere che nessun falso è perfetto come nessun vero lo è.  Alla fine non fa che sperare di aver ragione, pronto ad attendere chissà fin quando”.

Numerosi gli spunti di riflessione messi in campo.

Tornatore a La Sapienza (A,Giglio)
Tornatore a La Sapienza (A,Giglio)

Che fine fa un’opera d’arte quando nessuno la vede? Non esiste!

“Nel nostro caso i ritratti finiscono per avere un solo fruitore. Ho dovuto tirare fuori da un certo mondo, elementi che fossero armonici con la storia che volevo raccontare. Quella di un uomo che non ha mai saputo amare.

C’è un soggetto o uno spunto che è del 1984 e che ruotava intorno alla figura di una ragazza affetta da agorafobia. Una ragazza che vive reclusa in casa e che quando ci sono i propri familiari non vuol vedere neppure loro e si richiude in camera. Avevo scritto vari soggetti intorno a questo soggetto ma nessuno di questi mi piaceva. Da un’altra parte in mezzo a tutti i miei appunti c’era un’altra storia (più recente, non più di nove anni fa)  che aveva un destino analogo. Quella di un battitore d’asta, e mi venne in mente dopo aver assistito a delle aste qui a Roma. Un modo che mi ha affascinato da subito. In molti film c’è spazio per i battitori d’asta ma questo mondo è stato sempre solo appena sfiorato. Un giorno ho pensato che forse avrei potuto far convivere queste due figure. Ecco che ritorna quel che dicevo prima. Sono uno che incolla pezzi di legno! Molte erano le cose che avrei potuto usare del mondo delle case d’aste ma non mi sembravano funzionali alla storia come i mille aneddoti che mi sono stati raccontati o in cui mi sono imbattuto personalmente. Spesso la cosa più difficile è proprio capire cosa ti serve senza perderti in cose che però ti affascinano”.

Può dirci di più sul personaggio della ragazza che dal bar sembra saper tutto e che quando parla è a volte incomprensibile?   

“E’ una idea che è nata da un mio vezzo. Ho sempre amato i numeri e mi piacciono le persone che li amano e ci lavorano. Regola numero 1 in un noir è mettere sotto occhi di tutti  la spiegazione del tutto. Lo stesso che avviene nei gialli dove l’assassino è in scena sin dall’ inizio. Ho pensato ad una figura minuta e un po’ autistica che parlasse sempre e soltanto per numeri apparentemente insignificanti e che invece nascondono una logica chiarissima. Mi sono venute alla mente delle suggestioni dei tempi della scuola. Uno degli esercizi più belli che il mio professore di matematica un giorno ci fece fare fu quello di trovare il maggior numero possibile di  definizioni dello zero. C’è una scena in cui la ragazza dice cose apparentemente incomprensibili e che sono tutte definizioni dello zero. Una figura che alla fine svela le cose così esattamente come stanno. In un film che parla del vero del falso persino li c’è lo stesso tema. La vera Claire è lei”.

La chiacchierata/lezione è stata anche l’occasione per saperne di più sulle location scelte per il film.

“Originariamente avrei dovuto girare molte più settimane a Vienna con la ferma intenzione  di ambientarlo li senza mai dire che fossimo li. Non volevo dare una eccessiva connotazione geografica in un film in cui l’unica identificazione geografica doveva essere Praga al termine della pellicola.

Li avevo trovato la location perfetta per la villa ma non sono riuscito ad ottenere il permesso per girare, per cui, ad un certo punto, ho avuto l’idea di ridurre allo stretto indispensabile le riprese a Vienna (solo due settimane per gli interni della villa).

L’unico luogo che mi venne in mente dove avrei potuto ritrovare le atmosfere mitteleuropee che cercavo, poiché conosco molto bene la città, era Trieste, e fu li che virammo.

L’ambiente che voi vedete, la villa e di fronte il bar, in realtà non esiste o meglio esiste ma in due posti diversi. Il palazzo è molto fuori Trieste invece la piazzetta col bar è in centro. Potere del cinema”.

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