Il Forte Fanfulla ha ospitato, nell’ambito del festival di teatro indipendente ‘Parabole fra i sampietrini’, ‘Prima ero schizofrenica…ora siamo guarite’. La pièce di Mario Jorio, regista genovese, propone una sperimentazione in cui l’eco beckettiano si avverte chiaramente. L’intero spettacolo è giocato sull’ironia e la drammaticità dell’esistenza.

Un drappo rosso sullo sfondo. A terra, su un tappeto, oggetti di varia natura: una sedia accanto a un mobile da toilette, una valigia malandata, uno specchio e una borsetta nera.

Una vecchietta (Sarah Pesca) entra in scena con in mano un carillon e inizia a ripercorrere la sua vita, dipingendo il quadro del progressivo decadimento dell’esistenza umana. Si attende una fine che sembra stia per arrivare e che poi non arriva mai, dandoci la sensazione di essere di fronte a una versione ridotta di Aspettando Godot. La protagonista, inizialmente vecchia, piegata su sé stessa, ‘ringiovanisce’ quando davanti allo specchio del mobile da toilette si toglie il trucco e la parrucca. Attraverso un gioco meta teatrale tutto si smonta: l’attrice sveste i panni della vecchiaia, torna giovane ma non torna in sé; continua a parlare, ha l’urgenza di continuare a comunicare: frammenti, memorie e considerazioni. Non importa cosa, purché tutto non si riduca al silenzio.

Jorio porta in scena un lavoro profondo e di spessore, un testo ricco e sicuramente non facile, che a tratti dà l’impressione di essere impreciso, di presentare delle sbavature. Ma è tutto voluto, sono le stesse imprecisioni della mente quando inizia il decadimento.

Sembra quasi un percorso a ritroso in cui dalla vecchiaia, piuttosto che andare incontro alla morte, si voglia tornare pian piano alla condizione fetale, prima di nascere, prima di essere condannati, secondo Beckett, al grande dolore dell’esistenza. La partitura dei dialoghi è frammentaria e volutamente frammentata. Sembra quasi un flusso di coscienza, un susseguirsi di pensieri in cui la punteggiatura è giustamente bandita. Spesso manca una connessione logica. Le voci si affollano nei dialoghi, ma sono sempre le voci nella mente della protagonista, che non fa mistero della sua schizofrenia. Il decadimento fisico e mentale è ‘consapevole’.

Tra le parole e i silenzi rimangono sospese quelle domande a cui né il personaggio né lo spettatore riesce a dare una risposta unica. Quanti io ci sono in ognuno di noi? Quanti sono coloro che perdono la ragione a causa della malattia, della senilità o, come in questo caso, a causa la schizofrenia?

Il monologo, apparentemente folle, fatto di rabbia, dolci ricordi, dubbi e paure, dà un’idea della desolazione dell’esistenza umana che è beckettianamente senza speranza. Un difficile lavoro di drammaturgia arricchito dalla performance, convincente e intensa di Sarah Pesca, ex allieva della scuola dello Stabile di Genova. Un’ora circa di spettacolo in cui si riflette profondamente, si sorride e ci si commuove.

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