Un Teatro Brancaccio gremito accoglie l’unica tappa romana della nuova produzione di Rent, in arrivo direttamente dalla Sicilia, prodotto da Gilda dei Bohemiens / Dafni Spettacoli (produttore esecutivo Giorgio Maddalena), con le liriche italiane di Alessandro Vivona e la regia di Gisella Calì.

Must del teatro musicale americano, questo rock musical anni ’90, tratto da “La Bohème” di Giacomo Puccini valse il premio Pulitzer postumo al suo autore, Jonathan Larson, che morì poco prima del debutto dello spettacolo al Nederlander Theatre di Broadway nel 1996. Il musical affronta tematiche come l’omosessualità, l’accettazione di sé stessi e l’incontro / scontro con la società, il dilagare dell’HIV, il concetto di famiglia allargata, la perenne condizione di precarietà degli artisti; temi raccontati attraverso le vicende di un gruppo di giovani dell’East Side newyorkese degli anni ’90. C’è la drag queen Angel e il suo fidanzato Collins, una coppia lesbica, un videomaker, un cantautore sieropositivo, una spogliarellista e un ex bohemien che si vende alla borghesia.

RentPartiremo da una premessa, circa la scelta del titolo presentato. L’idea di proporre il musical di Larson al pubblico italiano è una vera e propria scommessa, se non un azzardo, e per svariati motivi. Da un lato, infatti, i temi hanno un’attualità meno sconvolgente di vent’anni fa, considerando che rappresentare l’omosessualità a teatro non è più un tabù, ed è anzi, ultimamente, un tema quasi abusato, che sull’HIV si fa prevenzione seria da diversi anni (oltre al fatto che oggi si può convivere e sopravvivere alla sieropositività) e che la crisi economica non è più roba soltanto da artisti, ma ha investito tutto il ceto medio; dall’altro, ciò che rende dubbiosi sull’operazione, per la differenza di approccio al teatro e al Musical, italiano ed europeo, è la cifra stilistico-drammaturgica e musicale dell’opera di Larson, che rimane di gusto eccessivamente “americano”, nell’affresco di una periferia newyorkese e di un approccio agli argomenti che può essere realmente compreso e apprezzato solo se calato in quel contesto sociale e in quel periodo, gli anni ’90 appunto.

Non stupisce, infatti, che lo stesso titolo, nonostante il successo e la lunga tenitura a Broadway, sia stato accolto con scarso entusiasmo a Londra, e non abbia mai ottenuto un successo paragonabile ad altri titoli in nessun paese europeo, nemmeno in Italia, nonostante un’opulenta produzione firmata addirittura dallo stesso team creativo americano, e prodotta diversi anni fa da Nicoletta Mantovani e Luciano Pavarotti. Gli europei sono diversi, e quando è ora di trattare determinati temi attraverso il teatro musicale, rimangono in ogni caso estranei a un certo approccio americano, a maggior ragione in Italia, dove, materie come l’identità di genere o l’omosessualità, per essere realmente veicolate a tutto il pubblico possibile, necessitano della prosa, disabituati come sono gli italiani al Musical socialmente impegnato e non d’evasione o retorico.

L’analisi dell’idea di proporre nuovamente Rent in Italia, e della serata del 2 Febbraio, deve partire perciò da queste premesse. Possiamo dire in generale di un esperimento ben riuscito, con più luci che ombre, legate, le ultime, soprattutto a una regia, sicuramente pulita, lineare e onesta, ma che osa poco e a volte non penetra nelle pieghe del testo e nello scandaglio dei personaggi. Sembra, in generale, che allo spettacolo sia mancata un’idea di base che non fosse la riproduzione troppo conforme all’originale americano del 1996, senza alcun tentativo di attualizzare il tutto e di svecchiare qualche dinamica teatrale per accompagnare lo spettatore del 2016 dentro il racconto. Ciò che soprattutto ci è sembrato restare in superficie è il lavoro di direzione dei protagonisti: il risultato finale è più vicino a un concerto con un buon disegno luci e una fonica senza sbavature (ad eccezione di un piccolo intoppo nel primo tempo), che non a uno spettacolo che possa dirsi effettivamente “teatrale” e che racconti una storia che deve emozionare e coinvolgere; la trama a volte non appassiona come dovrebbe, complice anche qualche adattamento delle liriche poco comprensibile o fuori metrica, e il tutto rimane più sul piano dell’abbozzo che non dell’esperienza compiuta. Giusto quanto detto sopra, sulla difficoltà di veicolare il racconto per un pubblico non americano, a parte la trasformazione in recitato di alcuni passaggi che nell’originale erano in musica, non ci sembra si siano fatte delle scelte innovative e coraggiose in tal senso, e sostanzialmente questa rimane la pecca “comunicativa” più grossa del lavoro.

Le luci della serata sono soprattutto per i protagonisti, per la grande energia, il talento, la professionalità e la “necessità” avvertita da ognuno di loro di portare in scena questo spettacolo, tutti, nessuno escluso; la giovane età, qualche miscasting e la regia a volte latitante hanno, con ogni probabilità, penalizzato alcuni di loro, che avrebbero forse tratto giovamento da una direzione attoriale più presente e attenta all’importanza imprescindibile dei cantanti / attori in uno spettacolo come Rent. Fra loro è doveroso segnalare, particolarmente, la coppia Giovanna D’Angi / Natascia Fonzetti, assolutamente trascinanti nella loro lite rock del secondo tempo, l’altra coppia Roberto Rossetti / Salvador Axel Torrisi, eccellenti nei loro momenti solisti, “Today 4 U” e “I’ll Cover You” e Matteo Volpotti, sofferto personaggio narratore / spettatore delle vicende della trama. Un ensemble corale nutrito, talentuoso, pieno di energia e vocalmente ben diretto completa il cast: fra questi, segnaliamo le belle prove vocali e attoriali di Luca Gaudiano e Ilaria Nestovito e la forza scenica di Viviana Tupputi, che avrebbe meritato probabilmente un maggior spazio in alcuni numeri corali.

Un applauso, infine, al coraggio di produrre partendo dal Sud, al di là dei risultati, che, con il tempo, le repliche e i dovuti aggiustamenti, potranno solo migliorare questo ambizioso tentativo di riportare il rock musical a una diversa dignità sui nostri palcoscenici.

Per questo Articolo le immagini sono state fornite dall’ufficio stampa dell’artista/spettacolo. Si declinano per tanto ogni responsabilità relative ai crediti e diritti.

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