Satiriasi : quando le parole diventano bisturi

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Roma 25 novembre 2013,  ore 21, locanda Atlantide, la Roma gioca in casa e fuori fa un freddo cane. Siamo tutti in attesa che inizi la seconda puntata delle quinta stagione di Satiriasi.

Sedie, sgabelli, bicchieri di vino e birra, persone, tante persone, si parla, si chiacchiera, si ride, si scherza, ci si confronta. Io in silenzio osservo. Mi piace osservare è un mio talento. Il Palco è spoglio, fondale nero, solo un asta e un microfono. In fondo è solo questo, che conta, qui vanno in onda le parole. Si accendono i riflettori si va in scena. Sette comici, o meglio per utilizzare il linguaggio tecnico sette “comedian”, Giorgio Montanini, Pietro Sparacino, Francesco De Carlo, Mauro Fratini,  Filippo Giardina ultima ma non ultima, l’unica donna Velia Lalli. Sette Voci, sette storie, sette “solitudini” sette diversi modi di scrivere, sette modi di vivere e confrontarsi con la realtà, sette modalità di interazione con la vita, la società, il sesso, la religione, la politica, la cultura. Sette voci o meglio “urla”contro le maschere asfissianti dei nostri tempi, sette moderni Don Chisciotte, sette anime lontane anni luce dal buonismo dell’italico cabaret.  Ad aprire le danze Giorgio Montanini, prima di entrare in scena lo vedi li a lato del palco, beve un sorso di birra, quasi a voler prendere coraggio, poi sul palco “aggredisce” tutti con una grandissima energia, carisma, presenza scenica e un testo  forte, pungente, volutamente eccessivo, quasi a voler prendere a pugni e schiaffi le orecchie degli spettatori. Le parole qui sono talmente dure, rabbiose e penetranti, senza regole e censure, che fanno passare quelle che per molti potrebbe essere considerata volgarità in secondo piano. La parolaccia o la scurrilità perde di importanza, e il resto del  testo, il contesto stesso, che da peso e valore al monologo. Sul Palco si alternano i comedian, ognuno analizza un aspetto della realtà secondo il proprio punto di vista, ognuno utilizza il linguaggio e le parole come se fossero proiettili o meglio bisturi, senza filtri, senza barriere di alcun tipo, l’intento è quello di lacerare, squarciare le coscienze:  alienazione da abuso di tecnologia, masturbazione, sessualità, religione, moda, politica, nevrosi dei nostri tempi fino ad arrivare all’ultimo monologo del mentore Filippo Giardina. Il testo di Giardina è quello che strappa meno risate, ma è quello che per contenuti è sicuramente il più forte il più potente: il tema trattato è quello della crisi della cultura in Italia. Filippo, con il fuoco nelle pupille, si scaglia contro il pubblico, con rabbia, violenza, senza rispetto, ma è proprio quello che forse ci vuole per risvegliare le nostre menti troppo sopite da un appiattimento culturale impostoci e subito passivamente da tutti noi, me incluso. Nelle parole di Giardina non c’è nulla di velato, nulla che traspare o si può intuire, tutto è rivelato. Rabbia, frustrazione, impotenza, rassegnazione, in un Italia che non cambia e non fa nulla per cambiare e che passivamente sta a guardare, placidamente sottomessa, del tutto inebetita.

Parole che dopo le risate, lasciano il vuoto dentro, ma forse proprio per questo vale la pena di andare a vedere Satiriasi. Per riflettere e per apprezzare, condividendo o meno, il coraggio di Artisti, o meglio uomini che hanno il coraggio di dire davanti ad un pubblico quello che tutti noi vorremmo dire ma che più o meno consapevolmente teniamo dentro nascondendoci come bambini impauriti dietro uno “sticazzi”.

 

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