di Manuela Monteleone

 

Erano numeri, non persone. Hanno perso la loro identità nel momento in cui sono stati rasati loro i capelli, sono stati privati di qualsiasi oggetto personale, è stata tatuata sul loro braccio sinistro una serie di numeri. “42.230…il mio nome”  la cui direzione e scrittura fanno capo a Fabio Zito, è uno spettacolo andato in scena il 27 gennaio a Roma, al Teatro Duse, il cui palcoscenico è stato dominato dalla presenza di Arianna Luzi e Marco Trabucchi.

Una volta aperto il sipario ecco che ci si addentra nel tipico ambiente del lager: i camicioni a righe, una sedia, un tavolo. Nulla in realtà, perché il set sono state le parole stesse degli attori, i loro racconti recitati, è stata la danza della prigioniera, è stato il suo canto. Un palco arricchito dall’immaginazione degli spettatori che si sono visti di fronte ai nudi fatti. Episodi che hanno rivelato il diverso vissuto dal punto di vista dell’uomo, della donna e anche di un soldato nazista, narrati per mezzo di monologhi e frasi spezzate. Come se ogni scheggia testuale fosse una vita, legata a un’altra e a un’altra ancora, vite che sono andate perse ma non per questo devono esserlo anche le parole. I discorsi, insieme alla riproduzione delle scene, sono gli unici strumenti di cui siamo in possesso e di cui Fabio Zito si è servito per lanciare il suo appello in quella giornata speciale. Con la speranza che ogni presente una volta tornato a casa avesse raccontato ad almeno una persona quello che ha visto, quello che ha conosciuto e con cui è entrato in contatto in modo da non perdere il ricordo di quello che è successo.

Tutti coloro che hanno avuto la fortuna di non essere vittima dei campi di concentramento, che non hanno vissuto la stessa infernale routine, che non sono stati condotti al macello come bestie, hanno il compito e il dovere morale di mantenere viva la memoria.

La splendida interpretazione di Arianna Luzi ha impreziosito l’intera rappresentazione teatrale mostrando quel tocco in più che serviva per concepire la situazione con più sensi percettivi. Non è stato solo un vedere e sentire perchè in quel silenzio catartico il suo danzare a piedi nudi sul legno del palco è stato come far parte della danza stessa favorendo una maggiore e intensa immedesimazione nel personaggio, la vittima, nella sua fase di disperazione e invocazione della vita.

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