Pier Paolo Pasolini è un artista molto sentito, soprattutto qui, in Friuli Venezia Giulia, regione che gli ha dato i natali e immagino sia una sfida per qualunque artista dargli voce.

Una sfida accettata e vinta a mio parere da Luigi Lo Cascio, in scena da martedì a domenica 27 alla Sala Bartoli del Politeama Rossetti di Trieste con “Il sole e gli sguardi” all’interno del cartellone “Altri Percorsi” con allestimento coprodotto dal CSS udinese e dal Teatro Metastasio.

Il sole e gli sguardi, tra luci e ombre

Il sole e gli sguardi, dicevamo, ottimamente messi in scena attraverso la scenografia minimalista e scura; fatta di ombre e di quell’unica luce che segue Lo Cascio (regista e protagonista nello spettacolo, ndr), gli sguardi, la personale visione di Pasolini di quello che aveva intorno anche con l’utilizzo di più linguaggi scenici.
Lo Cascio, in alcuni momenti, condivide la scena con Nicola Console, artista che mette nero su bianco, dipingendo alcuni delle immagini chiave citati da Lo Cascio- Pasolini.

Mentre il protagonista declama e racconta sua madre e il particolare rapporto con essa, Console tratteggia un ritratto femminile; la visione sull’esporsi e la personale riflessione sulla morte, vengono accompagnate dall’immagine del Cristo in croce realizzata da Console, appunto.

Lo Cascio in scena, con questo doppio ruolo, strega il pubblico dando un’interpretazione all’altezza delle aspettative, confermandosi un grande talento italiano

La poesia di Pier Paolo Pasolini in forma di autoritratto.

Parole chiave di questo spettacolo sono appunto poesia e autoritratto. Il pubblico attento e incuriosito è letteralmente bombardato dalle parole e dalla poesia di Pasolini. Una lettura alternativa e diversa dalle precedenti, di questo artista e scrittore che raccontano il legame di Pasolini con la sua terra; il forte il legame con la madre, ma anche con alcune città che hanno avuto particolare importanza nella sua vita. Nella poesia ci sono infatti richiami ricorrenti a Bologna e Roma

Unica pecca in questo spettacolo, difficile ma che va assolutamente visto, è l’atto unico. Se si fossero dati alcuni minuti di pausa allo spettatore per “riprendere fiato” alcune cose colpirebbero ancora di più. Pecca che però da’ lo stimolo allo spettatore per una seconda visione al fine di cogliere meglio alcune sfumature.

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