L’oriente per le sue tradizioni millenarie e la sua radicata cultura ha da sempre affascinato ed attratto il mondo occidentale.

Il Giappone in particolare, paese unico nel suo genere, conserva ancora oggi gli usi e i costumi che da secoli ne rappresentano la  struttura culturale segnando un percorso originale per la storia e gli abitanti di questa seducente nazione.

Il fotografo italiano Fabio Massimo Fioravanti, in mostra alla galleria Doozo Art a Roma con la personale Udaka Sensei a cura di Manuela De Leonardis,  ha fatto dell’oriente, e il Giappone in particolare, il luogo ideale per la sua sperimentazione fotografica, uno strumento d’espressione spinto a  misurare gli equilibri  di un mondo costantemente in bilico tra tradizione e innovazione.

Da sempre affascinato dalla civiltà e dalla cultura giapponese Fioravanti, nel 1989, parte per il suo primo viaggio nel paese del sol levante in compagnia dell’artista ed amico Junkyu Muto e di sua moglie Miyako Tanaami  durante il quale entra in contatto con l’antica disciplina artistica del Teatro No. Rapito dall’originalità e dalla sacralità di questa tradizione teatrale Fioravanti, grazie alla collaborazione dell’amico Muto e di sua moglie,  partecipa al progetto “Antichi costumi del teatro No. La collezione della famiglia Kongo”  fotografando Iwao II  direttore della scuola  Kongo che forma i futuri  attori del  Teatro No e che insieme a Komparu, Kita, Hosho e Kanze,  rappresenta  le ultime scuole ancora esistenti in Giappone che gelosamente ne conservano e tramandano le antiche tradizioni.
Da questa profonda ed unica esperienza sul campo Fioravanti matura la volontà di approfondire questo mondo misterioso ed antichissimo orientando il suo interesse su uno dei più grandi attori protagonisti  del Teatro No:  Udaka Michishige.

100Nato in Giappone nel XIV secolo, il Teatro No può dirsi il risultato di una complessa evoluzione di antecedenti forme d’arte popolari.
Distinto dall’uso di maschere caratteristiche che hanno lo scopo di rappresentare esseri soprannaturali, personaggi storici o leggendari, questa forma teatrale fa della lentezza, della grazia e della ricerca della bellezza insita nella cerimonialità il suo timbro caratterizzante.
Una scenografia essenziale composta da uno spazio scenico costruito interamente di legno di cipresso, con sullo sfondo un pannello su cui è dipinto un albero di pino, rappresenta la struttura visuale del Teatro No. Su questo palco scarno e lineare si alternano gli attori, abbigliati con costumi dai colori e dai tessuti ricchissimi,  impegnati in movimenti lenti ed essenziali, ma ognuno pregno di un significato profondo in cui lo spazio scenico, come luogo “altro”, rappresenta un momento sacro d’incontro tra il mondo del sopranaturale e quello umano.
Una passerella, posta alla sinistra del palco, collega lo stesso alla così detta “stanza dello specchio” anticamera del palcoscenico in cui gli attori, assistiti dai propri aiutanti, si vestono degli abiti tradizionali e si mascherano perpetrando così un rito lungo secoli.
Basato su testi scritti, di questa particolarissima forma d’arte, hanno scritto tra i maggiori autori. Tra i più proficui sicuramente è da ricordare Zeami Motokiyo uno dei maggiori esponenti ed esperti di Teatro No vissuto nel XIV secolo e con all’attivo più di 200 opere ancora oggi messe in scena, e il grande controverso scrittore contemporaneo Yukio Mishima.

I 36 scatti in mostra alla Doozo Art di Fabio Massimo Fioravanti rappresentano egregiamente il dialogo interculturale di un mondo che cela in se un innato senso poetico.
La maestria della scelta del colore a dispetto del bianco e nero, svela uno sguardo attento e sensibile del fotografo nel saper cogliere l’importanza  e la forza dell’aspetto cromatico nei costumi e nelle maschere protagoniste del Teatro No, accompagnando lo spettatore attraverso un viaggio mistico e sublime attraverso un percorso unico nel misterioso mondo di questa antichissima arte.
Ho incontrato Fabio Massimo Fioravanti in occasione dell’inaugurazione della sua personale per approfondire il suo progetto.

Massimo ho notato anche dai suoi precedenti lavori  come ” Zuiganji. La vita dei monaci Zen”, che l’oriente l’ affascina molto. E’ stato diverse volte in Giappone, che rapporto ha con questo paese?
L’oriente mi ha sempre affascinato è vero. Il Giappone in particolar modo è sempre stata la mia passione.
Ho avuto la grande fortuna di conoscere un famoso artista giapponese Junkyu Muto, mio vicino e compagno di gioco a tennis, per cui tra l’altro sono fotografo ufficiale. Grazie alla sua amicizia e quella di sua moglie Miyako Tanaami, allieva del maestro di Teatro No Iwao II, sono stato introdotto in questo mondo misterioso.
Ho conosciuto il Teatro No nel 1989, anno in cui organizzai la mostra “Antichi costumi del Teatro No.La collezione della famiglia Kongo”  esposta a Milano e Firenze. In quell’occasione ho avuto la possibilità di fotografare il  maestro Iwao II entrando così a contatto con questo mondo affascinante ed ho così cominciato a sviluppare questa passione che in seguito mi ha portato molte volte in Giappone.

Come nasce e si sviluppa il suo progetto sul Teatro No?
Nel 1997 ho vissuto per circa un mese con i monaci Zen di Zuiganji a Matsuyama e per questa opportunità devo ancora ringraziare l’amico Junkyu Muto per avermi aiutato a trovare il giusto contatto per accedere a questo splendido tempio generalmente chiuso a visitatori e pellegrini. Da questa intensa esperienza è nato il progetto di una mostra , che prima hai citato, “Zuiganji. La vita dei monaci Zen” ospitata a Roma e Genova. Dopo qualche anno ho pensato di riprendere questo progetto ampliandolo al Teatro No perché ritengo che in qualche modo risultino legati tra loro proprio per il fatto che, dietro alla tradizione del No sia presente la cultura Zen e lo Shintoismo. Gli stessi protagonisti del Teatro No possono essere considerati monaci a loro modo. Pensiamo al fatto che il maestro Udaka, protagonista della mostra, ha cominciato a studiare questa arte della recitazione alla tenera età di otto anni dedicandone poi l’intera vita come un monaco in un tempio.
Le stesse performance  che gli attori eseguono si possono considerare degli atti rituali che studiano  e perfezionano lungo tutta la vita con una dedizione quasi religiosa.

La disiplina artistica del Teatro No appartiene, sin dai tempi antichissimi, alla tradizione di alcune famiglie che5264copia tramandano di padre in figlio il proprio sapere. Ancora oggi è così?
Normalmente è ancora così. Al momento esistono 5 scuole in Giappone per attori protagonisti di No tra cui quella della famiglia Kongo  che ho avuto la fortuna di conoscere. Proprio in questo ultimo secolo questa tradizione, normalmente chiusa, si è aperta anche alle persone al di fuori delle famiglie legate alle scuole di recitazione ed incredibilmente anche alle donne prima del tutto escluse dal Teatro No.
A tal proposito ho avuto la possibilità di conoscere Monique Arnaud, che mi ha aiutato molto in questo progetto, che è l’unica maestra autorizzata ad insegnare l’antica arte del No in Europa. Monique fa parte della scuola Kongo ed è allieva del maestro Udaka Michishige. Vorrei anche ricordare Rebecca Teele Ogamo, una americana da molti anni trapiantata in Giappone, che è stata la prima donna straniera ad essere ammessa all’associazione di No professionisti, superando a mio avviso un doppio interdetto.

Sono molto curiosa, come è avvenuto l’incontro con il maestro Udaka?
Nel momento in cui ho deciso di intraprendere questo progetto sul Teatro No mi sono reso conto che dovevo trovare qualcuno che in qualche modo mi introducesse in questo mondo di difficile accesso.
I miei contatti sono stati Monique Arnaud, che ho già citato,  Matteo Casari un amico che insegna al DAMS a Bologna e Rebecca Ogamo la quale, dopo un intenso scambio di mail durato circa 7-8 mesi, è riuscita a fissare un appuntamento con il maestro Udaka ed il nostro primo incontro risale all’aprile del 2012.
Dopo quel primo incontro sono rimasto in giappone per sei mesi.
La particolarità di questa disciplina artistica, tra le altre, è che i permessi per fare reportage fotografici non li concedono quasi più per motivi strettamente legati all’immagine.
L’altra difficoltà risiede nel fatto che il permesso non lo concede il teatro ma lo “shite” ovvero l’attore protagonista. Quindi tutte le volte che ho avuto la possibilità di fotografare è stato grazie ai permessi concessi  dagli attori tra cui Udaka Sensei.

E’ entrato in questo mondo privato e affascinante in punta di piedi con estrema sensibilità. Credo che questo le abbia permesso di conquistare la fiducia del maestro Udaka che le ha concesso di immortalare uno spazio sacro come “la stanza dello specchio”. Che significato ha avuto per lei quel momento?
Infatti è vero. Desideravo fortemente fotografare “la stanza dello specchio”  e ho dovuto conquistarmi la fiducia di Udaka facendomi conoscere nel tempo.
Era importante per me perché quando si fotografa in teatro nelle rappresentazioni del No, non si ha la possibilità o la libertà di muoversi  liberamente  o scattare foto da sotto palco. Si è costretti invece in una posizione fissa in fondo al teatro. Questo può portare ad avere, fotograficamente parlando, immagini molto
simili tra loro. Per questa ragione ci tenevo moltissimo ad immortalare gli attimi legati al backstage o appunto “la stanza dello specchio” . Il permesso del maestro Udaka l’ho avuto nell’ottobre 2012 ed ho avuto accesso al backstage di 2 spettacoli: “Toru”  al National Noh Theatre di Tokyo e” Sesshoseki”  al No Theatre  di Matsuyama.
Rappresentavo ormai una figura accettata da parte di Udaka Sensei, quasi invisibile tanto che nella “stanza dello specchio” avevo la possibilità di muovermi liberamente anche se sempre con un po’ di timore da parte mia. Posso dire che sia stata una esperienza emozionante e suggestiva. Nei momenti frenetici della preparazione o dei cambi d’abito prima del rientro in scena dell’attore, tutte le persone coinvolte nel più completo silenzio ripetono, di volta in volta, movimenti precisi quasi dei rituali in cui ognuno sa perfettamente ciò che deve fare, come preparare le maschere o gli abiti da indossare.

Quali sono ora i progetti futuri?

Sto finendo i preparativi su una mostra, sempre sul Teatro No, al Museo di Arte Orientale di Torino con protagonisti, oltre al maestro Udaka, anche altri attori. Il prossimo anno Udaka farà una tournee in Italia in occasione della ricorrenza dei 60 anni passati dalla prima rappresentazione di Teatro No nel nostro paese che avvenne  alla Biennale di Venezia nel 1954. Proprio per questa occasione ci sarà un grande evento che mi vedrà partecipe.

INFORMAZIONI TECNICHE

UDAKA ­SENSEI

fotografie di Fabio Massimo Fioravanti
a cura di Manuela De Leonardis
fino al 14 Settembre 2013
Galleria Doozo Art books & sushi
Via Palermo 51/53 Roma
www.doozo.it
www.fabiomassimofioravanti.com

 

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“L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi.” Marcel Proust
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“L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi.” Marcel Proust

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