Una realtà che restituisce la propria dignità a sé stessi e al mondo. Ascoltare la propria voce, quella del cuore. Tutto trova senso se siamo capaci di vedere e ascoltare quel cambiamento che bussa e vuole venir fuori. Un esempio di volontà, forza e coraggio che insegna a chi, fuori le quattro mura, non dovrebbe scoraggiarsi mai.

Si è conclusa sabato 23 maggio la rassegna DOIT festivalDrammaturgie oltre il Teatro alla sua 1° edizione con lo spettacolo Il carcere è stato inventato per i poveri.

L’iniziativa ha visto il Teatro Due di Roma, polo permanente di promozione formazione ospitalità, impegnato dal 28 aprile al 24 maggio. In modo professionale ha saputo rappresentare la manifestazione con spessore artistico e culturale, grazie a due preziose presenze quali Angela Telesca e Cecilia Bernabei che hanno curato la rassegna.

Il loro pensiero rispecchia il fare in due semplici parole DO IT e di comprensione assai facile:

 

Non un classico festival di teatro contemporaneo, ma un ambizioso progetto di promozione culturale, di elevato valore letterario e d’impegno civile che manifesta la sua unicità nell’attenzione alla simbiosi tra scrittura per il teatro e messinscena, in collaborazione con la prima edizione del concorso di drammaturgia contemporanea L’Artigogolo, curato dall’Ass. Cult. ChiPiùNeArt

 

Partire dai propri sogni per vedere realizzato ciò che si desidera è l’idea centrale del festival. La creatività sotto le sue tante sfaccettature per far risaltare il linguaggio teatrale portato avanti dalle nuove generazioni amalgamandosi alle realtà, anche periferiche, di oggi giorno. La connessione con operatori culturali, pubblico e critica è stata una grande possibilità per tutti gli artisti.

All’interno 12 spettacoli interessanti e coinvolgenti, tra i quali, appunto Il carcere è stato inventato per i poveri, fuori concorso.

L’impeccabile regia pulita e essenziale di Daria Veronese ha avuto la capacità di portare per mano la compagnia Instabile Assai formata dai detenuti della terza sezione (minorati psichici) e detenuti della Casa di Reclusione di Rebibbia i quali hanno curato i loro testi.

Da cinque anni il direttore tecnico Massimo Sugoni di CAPSA Service, il supporto psicologico della Dott.ssa Sandra Vitolo e della Dott.ssa Irene Cantarella e la stessa Daria Veronese guidano la compagnia verso un mondo nuovo.

Attraverso i giochi mentali, le storie personali, la descrizione della vita in carcere, quel microcosmo dove tutto viene amplificato, le attese, le follie, i miti e dove tutto trova senso ci si immedesima tra monologhi fatti di poesia, densi di pensieri rivolti agli affetti più cari e piccoli quadri recitati tra Paolo e Massimo. La dissertazione sul caffè è filosofia di vita e l’ironia scaturisce.

Si percepisce l’intensa voglia di vita e la fortuna di aver trovato una strada per lottare ed essere determinati a evolvere. Trovare una direzione giusta ce lo insegna la vita. Si può sbagliare e ci si può correggere trovando il giusto equilibrio. Esso conta di più della forza.

Tutto ciò che il pubblico ha ascoltato e applaudito è stato scritto dagli stessi ragazzi, coadiuvati dalla regista stessa per adattarli ai tempi teatrali, trovando una chiave per commuovere e farci rendere conto che i problemi seri sono altri.

Si rincorrono lamentele per sciocchezze, quando intorno mondi più grandi compongono un universo nascosto e assai delicato e, a volte, sottaciuto. Sicuramente meno liberatorio di altri. Con questo esperimento i nostri occhi e le nostre menti si sono riempite di un senso civico e morale del quale renderci conto e, così, poterne parlare nel modo più ampio possibile.

Un quartetto ha accompagnato la performance con musica e canzoni proponendo un repertorio musicale che tuttora fa storia. Sergio Basile, chitarra e voce, Antonio Turco, chitarra, Roberto Turco, basso e Paolo Tomassini, sax tenore, ensemble che ha rinvigorito gli animi facendoli canticchiare un poco.

Ci auguriamo che questo esperimento ben riuscito possa uscire ancora una volta pubblicamente e dare voce alle mille emozioni vissute. Soprattutto perché al di fuori si possa capire di quanta fiducia e dignità sia composta la speranza, il mondo di queste persone che cercano di fare del cambiamento nuova linfa vitale.

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