A due anni di distanza da “La parte degli Angeli”, Premio della Giuria a Cannes 2012, arriva finalmente al cinema grazie a Bim Distribuzione  il nuovo lavoro del regista britannico Ken Loach: “Jimmy’s Hall – Una storia d’amore e libertà”.

Nel 1921, il peccato di Jimmy Gralton è stato quello di avere costruito una sala da ballo a un incrocio di campagna, in un’Irlanda sull’orlo della Guerra civile. La Pearse-Connolly Hall è un locale dove i giovani possono andare per imparare, discutere, sognare… ma soprattutto per ballare e divertirsi. Giorno dopo giorno, il locale diventa sempre più affollato e popolare, finché la sua fama di ritrovo di socialisti e liberi pensatori arriva alle orecchie della Chiesa e dei politici, che alla fine costringono Jimmy a fuggire in America e la sala da ballo a chiudere.

Dieci anni dopo, nel pieno della Grande Depressione, Jimmy torna nella Contea di Leitrim per prendersi cura di sua madre, deciso a condurre una vita tranquilla. La sala da ballo è sempre lì ma abbandonata, e nonostante le pressioni dei giovani del posto resta chiusa. Ma col passare del tempo, Jimmy tocca con mano la povertà e l’oppressione culturale che affliggono la sua comunità, e il leader e l’attivista che sono in lui prendono il sopravvento. Così, decide di riaprire la sala, costi quello che costi…

INTERVISTA a KEN LOACH 

 Perché ha scelto di raccontare la storia di Jimmy Gralton?

E’ una storia che offre moltissimi spunti. Tanto per cominciare, contraddice l’idea di una sinistra cupa e deprimente, nemica del divertimento e della gioia di vivere. Poi, dimostra come la religione organizzata tenda a coalizzarsi con il potere economico: lo ha fatto nel caso di Jimmy Gralton e continua a farlo. Chiesa e Stato diventano agenti di oppressione. Quelli che sembravano progressisti hanno fatto un passo indietro: la gente pensava che Éamon de Valera, il presidente della repubblica irlandese, avrebbe incoraggiato la libertà di espressione e la tolleranza, mentre la prima cosa che fece fu di guadagnarsi l’appoggio della Chiesa. I princìpi erano sacrificabili sull’altare della realpolitik.

Possiamo considerare questo film un po’ come la naturale prosecuzione di Il vento che accarezza l’erba? E se sì, in che senso?

Be’, è ambientato solo dieci anni dopo, e nel Vento che accarezza l’erba c’era una scena in cui un proprietario terriero anglo-irlandese diceva: “Questo paese diventerà una palude infestata di preti”. A ben vedere, è proprio quello che è successo. Oggi la Chiesa ha perso credibilità per via degli scandali sulla pedofilia, ma durante le riprese del film la gente era perfettamente consapevole del potere esercitato dalla Chiesa e dai sacerdoti, una volta, sulla vita delle persone. 

Quella che raccontate nel film è una storia vera o di fantasia?

Il film si ispira alla vita di Jimmy Gralton, un personaggio realmente esistito di cui purtroppo non si sa molto. Ed è un peccato, perché Jimmy è stato certamente un uomo straordinario. D’altra parte, questo ci ha consentito di immaginare la sua vita privata e le ragioni alla base delle drammatiche scelte che ha dovuto fare. Volevamo offrire al pubblico un personaggio credibile, raccontare l’uomo a tutto tondo, non solo l’attivista politico. E’ un equilibrio molto difficile da raggiungere, e di solito bisogna concentrarsi sui particolari. Per esempio, poteva avere una relazione sentimentale? E se sì, di che tipo? Aveva dei segreti? Quali? Non volevamo che i sacerdoti sembrassero delle caricature: un rischio che avremmo corso se ci fossimo limitati a fare una trasposizione cinematografica dei fatti storicamente accertati. Era più interessante immaginare un sacerdote ferocemente spietato nella sua ostilità, ma anche capace di rispettare e ammirare l’integrità del suo avversario. Jimmy aveva delle grandi qualità che un religioso non poteva ignorare. Insomma, abbiamo cercato di dare uno spessore ai personaggi, ma senza mai tradire la realtà dei fatti. 

Qual è il significato della sala da ballo?

Credo che sia l’incarnazione di uno spirito libero, un luogo in cui la gente può confrontarsi, coltivare la musica, la poesia e lo sport, esprimere il proprio talento e, naturalmente, ballare.

Come si rappresentano, al cinema, la danza e la musica?

Puoi farlo in diversi modi. Puoi coreografare i movimenti della macchina e quelli dei  ballerini, ottenendo un effetto molto stilizzato, ma era proprio l’opposto di quello che volevamo: all’epoca la gente imparava a ballare quel tanto che gli bastava per esprimersi e divertirsi. Noi dovevamo solo trovare i punti di ripresa giusti e registrare quello che accadeva. Quello che conta sono l’angolazione della macchina da presa e l’obiettivo che usi: insomma, questioni tecniche. Quando penso alla danza ho sempre in mente i quadri di Degas, dove hai la sensazione di osservare la scena da un palco: non dalla platea, ma da un’angolazione laterale e da una certa altezza, da cui puoi vedere non solo i ballerini, ma anche quello che c’è tra le quinte. Non sei in mezzo ai ballerini: li osservi, e osservi la loro gioia, il modo in cui si divertono e comunicano tra loro. 

Anziché usare una base registrata avete preferito filmare i musicisti che suonano dal vivo. Perché?

Be’, perché devi vedere la fatica di chi suona. Sono cinquant’anni che lo facciamo nei nostri film, non è certo una novità! Oggi che altri due o tre registi cominciano a farlo, viene presentata come una tecnica rivoluzionaria. Se i musicisti non suonano davvero c’è sempre qualcosa di finto, di sfasato. Solo così puoi cogliere l’interazione tra i ballerini e i musicisti, altrimenti manca sempre qualcosa. Questo significa che il montatore dev’essere bravo a tagliare la musica e magari unire due o tre pezzi di musica insieme. Ma Jonathan [Morris] è bravissimo, in questo.

Perché avete ricostruito la sala da ballo sul posto, anziché girare in studio?

Costruire una vera sala da ballo era molto più facile. Il paesaggio è importante: la campagna di quella parte di Irlanda, la vita che fanno i suoi abitanti, le paludi, la nebbia e il resto. La tentazione, quando giri in studio, è quella di non costruire le cose delle loro reali dimensioni: ma le dimensioni reali impongono una disciplina che, secondo me, il pubblico percepisce. In studio, le pareti possono essere spostate e consentire inquadrature che nella vita reale non esistono. Per di più, la luce naturale nella sala è bellissima. A volte Robbie [Ryan, direttore della fotografia] ha dovuto integrarla, ma la realtà c’è sempre stata in quella sala. 

E perché avete scelto di girare a Leitrim, dove si trovava la sala da ballo originaria?

Abbiamo fatto sopralluoghi in tutta l’Irlanda occidentale, ma in effetti Leitrim era il posto più adatto: non solo perché è lì che si è svolta la storia vera, ma perché è una contea poco popolata, dove l’impatto delle tecnologie moderne è estremamente ridotto. Molti se ne sono andati per mancanza di lavoro, e la zona praticamente è deserta: questo semplificava le riprese e alla fine ci siamo resi conto che non c’erano buoni motivi per andare altrove.

Come hanno reagito gli abitanti del posto quando hanno saputo che volevate raccontare questa storia?

Non avrebbero potuto dimostrarsi più ospitali. Avevamo molti giovani locali, nel cast, e si sono impegnati al massimo. La cosa fantastica è che non erano affatto disincantati o indifferenti, ma sinceri, generosi e assolutamente appassionati. Hanno lavorato senza risparmiarsi e il loro divertimento è stato contagioso. 

Ci parli del casting.

Abbiamo cercato di mantenere un forte legame col territorio. Purtroppo non c’erano abbastanza attori professionisti in quella zona e così abbiamo dovuto allargare un po’ il raggio d’azione. Il casting è sempre un processo lungo: Kathleen [Crawford, direttrice del casting] è bravissima a trovare e a proporci i candidati, e noi li vediamo tutti, uno per uno. Abbiamo cercato di affidare il maggior numero di ruoli possibile a persone del posto, perché uno degli elementi centrali del film era il senso della comunità: non era una di quelle storie in cui ci sono due o tre attori principali, e tutti gli altri sono comparse. Tutti quelli che hanno partecipato al film hanno dato un contributo importante, e spero che ognuno di loro si sia sentito parte integrante del progetto. Quando guardi una scena di massa,al cinema, ti accorgi subito se le comparse sono state scelte messe lì a caso. Arrivano sul set e sono istruite dall’aiuto regista, dopodiché il regista le dirige stando seduto dietro a un monitor. Non è possibile girare così… O meglio, si può, ma la gente se ne accorge.

Perché avete scelto Barry Ward per il ruolo di Jimmy?

Jimmy – o almeno il nostro Jimmy – è un uomo politicamente impegnato, intraprendente, empatico. Ha alle spalle un passato di lotta politica, ha fatto tanti lavori manuali e ha visto il mondo. E’ estroverso e generoso ma anche astuto. Trovare tutti questi elementi in una persona sola non era facile. Non lo volevamo né troppo giovane né troppo vecchio: nella realtà, credo che avesse una quarantina d’anni, all’epoca dei fatti. Così, abbiamo provinato moltissimi attori, ma Barry ci è sembrato l’unico che possedeva tutte queste caratteristiche.

Chi era Jimmy Gralton?

Era un attivista impegnato, dedito alla causa. Nella mia vita ne ho conosciuti tanti così: sindacalisti, militanti, gente attratta dalla politica. Una volta che la passione  politica ti entra nel sangue, non ti lascia più. Quando Jimmy è tornato in Irlanda, dieci anni dopo esserne fuggito, non aveva nessuna intenzione di riaprire la sala: se l’avesse fatto, sarebbe finito di nuovo nel mirino delle autorità. A quel punto, se voleva restare in Irlanda avrebbe dovuto lasciare la politica o prepararsi di nuovo alla guerra. Qualcuno pensava che il cambio di governo aprisse nuovi orizzonti, ma uno come Jimmy, che conosceva la politica, sapeva che un uomo come De Valera avrebbe tradito gli interessi della classe operaia. Jimmy conosceva la lotta di classe e sapeva che il conflitto era inevitabile. Lui era tornato solo per aiutare sua madre a mandare avanti la fattoria, ed era esausto dopo vent’anni di viaggi e lavoro. Eppure, alla fine che altro poteva fare? Se sei politicamente impegnato, non hai scelta.

Quali analogie ci sono tra l’Irlanda di Jimmy e quella di oggi?

Be’, mi sembra che la lotta sia rimasta la stessa. Nel ’29 c’era stata una crisi finanziaria a cui era seguito un decennio di depressione e disoccupazione di massa. Un po’ come adesso. La sinistra deve lottare per avere un peso nelle scelte politiche, cosa che accade raramente. La politica è ridotta a un dibattito asfittico tra partiti di destra, mentre sono i più poveri a fare le spese dei tagli, i giovani non hanno un futuro e l’emigrazione di massa è l’unica chance per trovare un lavoro stabile. In questo senso, la situazione è molto simile: una crisi economica a cui è seguito un periodo di depressione.

Il cinema può fare la differenza o comunque incidere sul dibattito politico?

Non saprei – non molto, credo. In linea generale, il cinema rafforza lo status quo, perché le grandi produzioni sono tutte di un certo tipo: servono a consolidare l’ordine costituito o come valvola di sfogo. Di solito sono i film più pubblicizzati e con il budget più alto. E’ sempre stato così. Come mezzo di comunicazione, il cinema avrebbe altre potenzialità, ma all’industria non interessano. I film possono creare collegamenti, porre domande, mettere in discussione opinioni correnti. Tanto per cominciare, possono valorizzare l’esperienza della gente comune. E’ attraverso il racconto della vita quotidiana, con i suoi conflitti, le sue battaglie e le sue gioie, che possiamo intravedere un futuro possibile.

CAST ARTISTICO

Jimmy Gralton: Barry Ward
Oonagh: Simone Kirby
Padre Sheridan: Jim Norton
Andrew Scott: Padre Seamus
Mossie: Francis Magee
Tommy: Mikel Murfi
Molly: Sorcha Fox
Dezzie: Martin Lucey
Finn: Shane O’Brien

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