Esistono riferimenti iconografici nel nostro immaginario riconducibili a un segno, un gesto grafico indelebile e universalmente riconoscibile. Julian Opie è un artista inglese che ha fatto della sua ricerca stilistica la sua firma identificativa, è a tutti nota la copertina del Greatest Hits dei Blur, datata 2000, quell’illustrazione raffigurante Damon Albarn e compagni è l’esempio specifico di come un artista geniale e sorprendente abbia lasciato la propria impronta nell’immaginario collettivo.

lilyLo scorso 5 ottobre la galleria Valentina Bonomo di Roma ha inaugurato una personale dedicata ad Opie che mostra al pubblico la serie di nuove opere intitolate “Walking Studios”.

L’illustratore dedica in questi lavori una particolare attenzione al mondo quotidiano, descrivendo i gesti e le azioni più scontate del vivere giornaliero ponendo questo linguaggio al centro delle proprie opere.

 “Da sempre – sostiene l’artista -mi sono impegnato nella ricerca di un modo per rappresentare la gente. Poi ho comprato alcune indicazioni per gabinetti, ho sovrapposto l’immagine di un conoscente in cima a una di queste e dopo alcuni esperimenti sono riuscito fare un segno per chiunque. Un cerchio per la testa e le linee semplici per gli arti e i vestiti. Sembravano il modello, ma anche un simbolo per ogni persona. È stato un po’ di tempo dopo che ho deciso di ingrandire il viso e applicare lo stesso tipo di logica per le caratteristiche. Tuttavia, trovo che ho sempre disegnato persone in uno stile simile nei miei giorni di scuola, quindi nulla è cambiato”.

 

Opie minimizza il tratto, sintetizza le fisionomie, rende ogni forma, seppur schematica, completa nella sue peculiarità, laddove un’espressione non perde la propria forza descrittiva ma anzi sottolinea con più vigore il senso introspettivo del segno.

 “ Il minimalismo è stato un movimento artistico – afferma Opie – che ha avuto la sua origine prima che io fossi un artista. Fare arte è come correre con gli occhi chiusi, è necessario prendere dei rischi e fare affidamento sull’istinto. Mantenere le cose il più semplice possibile rende questo più verosimile. Cerco di attenermi a quello che so e se funziona senza qualcosa allora lo lascio fuori. Tuttavia alcuni dei miei lavori sono molto complicati e dettagliati. Si può essere essenziale e barocco allo stesso tempo. Spesso si dice che assomiglio il mio lavoro. Non si può sfuggire dal proprio odore o da qualsiasi cosa faccia, il mio lavoro tende ad assomigliarmi in molteplici aspetti”.

 L’illustratore inglese presenta a Roma anche una serie di ritratti ispirati ai mosaici di Costantino Buccolieri, laddove l’opera musiva, attraverso la manipolazione al computer, costituisce un nuovo vocabolario descrittivo e analitico della fisionomia umana.

Durante il suo percorso Opie ha esperimentato linguaggi eterogenei: dalla video art passando per le installazioni, giungendo fino alle forme proprie della scultura, mantenendo in ogni caso il suo indistinguibile senso per la sperimentazione.

Fino all’11 novembre, Galleria Valentina Bonomo, via del Portico d’Ottavia 13, info: www.galleriabonomo.com

julian opie

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